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L’analisi. I due volti del sindacato. In piazza e a Roma riti e strategie del secolo scorso. In azienda scelte moderne (insieme ai «padroni»)

di Dario Di Vico. Il sociologo veneto Paolo Feltrin parte in quarta: «È mai possibile che quando un leader sindacale lascia diventi subito presidente del centro studi? È così per Bonanni, lo sarà per Angeletti come era stato per Epifani. Il rinnovamento dovrebbe iniziare anche da queste scelte».

Il sindacalismo italiano si trova davanti a un passaggio delicatissimo della sua storia. Il successo degli scioperi generali e delle mobilitazioni di piazza servono a respirare — come si dicono nel fuorionda Susanna Camusso e Stefano Fassina — ma forse c’è da inventare un nuovo posizionamento. Suggerisce Feltrin: «Vedo in difficoltà il sindacalismo che va in tv mentre nei territori la situazione è diversa».

In periferia Cgil-Cisl-Uil in qualche misura hanno già scelto: in molte aziende sono diventati partner dell’impresa. «In fondo in Luxottica che fa il sindacato se non garantire che l’assenteismo sia basso e che produttività e qualità siano le più alte possibili?». Feltrin racconta come all’Acc di Belluno, che produce compressori e che è stata comprata dai cinesi della Wanbo, i sindacalisti abbiano accettato di ridurre il salario e di rendere più efficiente l’azienda pur di salvarla. E il referendum operaio ha confermato la scelta. In verità nella totalità dei casi di accordi «dolorosi» il voto segreto ha confermato le scelte dei delegati. «Dico allora che quello che si finisce per accettare in extremis dovrebbe essere discusso e negoziato a monte, in condizioni di normalità». Un sindacato pragmatico potrebbe anche candidarsi a gestire nuovi servizi: Feltrin addirittura affiderebbe a Cgil-Cisl-Uil i centri per l’impiego piuttosto che farli morire nel pubblico impiego.

In Emilia il sindacato risulta pienamente coinvolto nel clima di rivalutazione del lavoro manuale e di relazioni industriali moderne che si respira nelle grandi aziende e nelle multinazionali. Stiamo parlando di automotive e packaging (Ducati, Lamborghini, Coesia, Ima), imprese che vanno bene e che macinano utili. Un ruolo chiave lo gioca la Fiom, che opera secondo un modello sui generis in cui un sindacato fortemente identitario produce sindacalizzazione elevata ed è però attentissimo in fabbrica a firmare accordi (ad esempio sui turni) che rispettano l’opinione di una base moderata.

Molto gioca la paura di perdere il posto di lavoro, magari anche il fatto che marito e moglie lavorino sotto lo stesso padrone e il rischio sia doppio. Fuori dalle aziende le centrali sindacali emiliane vivono sui servizi e sul patronato ma sono organizzazioni legnose, lente a capire i cambiamenti. Come quelli che avvengono nella logistica popolata da lavoratori extracomunitari. I Cobas stanno conquistando spazio tra i facchini mentre Cgil-Cisl-Uil faticano a reinsediarsi nel cuore del lavoro povero. Capita così che i lavoratori iscritti al sindacato manifestino contro gli scioperi selvaggi e il blocco dei cancelli operato dai facchini, come è accaduto prima all’Ikea di Piacenza e a Ferrara nei giorni scorsi. Sono piccole marce alla Arisio organizzate però da impiegati ed operai con la tessera in tasca.

Intervenendo a Omnibus ieri l’ex leader Cgil Sergio Cofferati ha rivendicato a sé la nascita del Nidil, la sigla rivolta ad organizzare i giovani. In verità il Nidil non ha mai carburato perché i giovani sono un altro pezzo di società non coperto dal sindacato.

I motivi sono molteplici. I rituali di Cgil-Cisl-Uil inevitabilmente riportano al secolo passato e sono incomprensibili agli occhi di ragazzi che stanno maturando una visione diversa del rapporto tra tutele e merito, tra lavoro dipendente e autonomo. I veri luoghi di aggregazione si chiamano talent garden o coworking e presentano caratteri di modernità che il sindacato non avrà mai. Sono ambiti cosmopoliti, dove i giovani costruiscono il loro futuro innovando e assumendosi rischi in prima persona. Come fa il sindacato dei congressi che durano 5 mesi, e si concludono con documenti chilometrici «elaborati dai compagni della commissione politica», a dialogare con loro? Cambiando argomento come dimenticare poi gli scioperi dei trasporti pubblici del venerdì che stanno scavando un altro solco tra confederali e società?

Giorgio Benvenuto quando guidava la Uil aveva lanciato il sindacato dei cittadini. Racconta: «Pensai che dovessimo porci obiettivi di riforma dei servizi, dai trasporti alla sanità e dovessimo autoregolare gli scioperi. Non l’abbiamo fatto e il rischio oggi è che il sindacato appaia impopolare. Il cittadino è un suddito, vorrebbe trovare un aiuto e invece aspetta inutilmente alla fermata un bus che non passa».

A mettere in fila queste valutazioni verrebbe da dire che il problema non è dunque Matteo Renzi ma Giuseppe De Rita, sorprendentemente, lega strettamente il futuro dei confederali alla sfida con il premier. «La Cgil potrebbe fare la mossa del cavallo. Invitare i suoi a iscriversi al Pd e partecipare a tutte le primarie. In molti casi le vincerebbe così a brigante risponderebbe brigante e mezzo». Se invece il sindacato non volesse invadere la politica e preferisse posizionarsi totalmente nella società civile dovrebbe diventare «il soggetto che lotta contro le disuguaglianze». Niente battaglie di retroguardia sull’articolo 18 o per salvare le fabbriche decotte ma intestarsi una nuova committenza: i cinquantenni estromessi, il Sud, gli esodati, i nuovi poveri. «Dimostrerebbe a Renzi che l’Italia non è fatta di Cucinelli e di Farinetti. L’avevo già suggerito a Bonanni ma non mi ha dato retta»

Il Corriere della Sera – 1 novembre 2014 

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