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L’analisi. Per salvare le pensioni bisogna defiscalizzare il futuro dei giovani. Vanno assicurati contributi più leggeri per gli italiani under 25

Mauro Marè e Fabio Pammolli. Dopo la riduzione delle imposte sulla prima casa, il governo ha annunciato, per i prossimi due anni, riduzioni del carico fiscale sui redditi di impresa e da lavoro. Coraggio, allora, si delinei subito un intervento forte. Ci si concentri sui giovani introducendo, per tutti coloro che oggi hanno meno di 25 anni, una riduzione permanente, lungo tutta la vita lavorativa futura, di almeno 8 punti percentuali dei contributi al sistema pensionistico, equamente distribuita tra datore e lavoratore.

La teoria economica ci dice che la riduzione della pressione fiscale può produrre un effetto tangibile solo se è consistente e duratura nel tempo.

Nel quadro attuale di finanza pubblica, qualunque proposta deve avere un impatto finanziario minimo, che va compensato da un vigoroso effetto annuncio, capace d’influenzare positivamente le aspettative di crescita.

Perché un intervento di alleggerimento dei contributi pensionistici sul lavoro? Oggi le pensioni pubbliche sono finanziate integralmente con un sistema a ripartizione: ogni anno, coloro che lavorano pagano con i contributi le pensioni in erogazione agli anziani. Questo impianto si fonda sulla credibilità della promessa secondo cui chi versa oggi i propri contributi beneficerà dei versamenti dei lavoratori di domani.

L’aumento dell’aspettativa di vita, la riduzione dei tassi di fertilità e l’abbassamento strutturale del tasso di crescita dell’economia rompono, alle fondamenta, la credibilità di questo patto tra le generazioni. In una società che invecchia, il peso del finanziamento a ripartizione sugli occupati è destinato a crescere con effetti evidenti sulla crescita.

È questo il punto d’innesco di un conflitto tra le generazioni destinato, in assenza di contromisure, a divenire profondo e divisivo. Serve, presto, un intervento strutturale capace di ridurre il peso dei contributi sul lavoro, aumentare i redditi e ridefinire il sistema delle tutele. In caso contrario, rischiamo di trovarci ben presto imprigionati in una nuova trappola pensionistica: a contributi elevati di oggi corrisponderanno una spesa pubblica e contributi ancor più elevati domani. Una spirale che, gravando sul lavoro e sull’impresa, costituirebbe il fardello più pesante per la crescita economica.

Certo, la riduzione dei contributi al pilastro pensionistico pubblico implica un costo per le finanze pubbliche che va coperto. Per non segmentare ulteriormente il mercato del lavoro e non indurre fenomeni di espulsione progressiva degli over 55, si dovrebbe in teoria estendere la riduzione del cuneo contributivo di 8 punti a tutti i lavoratori, non solo agli under 25. Una misura, però, che costerebbe oltre 20 miliardi di euro e le risorse non ci sono.

Ci dobbiamo «accontentare», allora, di indirizzare lo sgravio a chi, oggi, ha meno di 25 anni di età e non è ancora entrato sul mercato del lavoro. Secondo i nostri calcoli, nel primo anno, si avrebbero minori introiti contributivi, al netto di Irpef, Ires e Irap, per circa 600 milioni di euro, passando a 1 miliardo nel 2018 e a 1,5 miliardi nel 2020-2021: un impatto esiguo, che è possibile coprire mettendo mano alla pletora di micro incentivi fiscali e proseguendo con la spending review.

Per compensare la riduzione delle pensioni pubbliche di domani a fronte dello sgravio di oggi, i quattro punti lato lavoratore potranno confluire nei fondi pensione a capitalizzazione. I quattro punti lato datore si tradurrebbero, invece, da subito, in minor costo del lavoro. Tra l’altro, la riduzione degli assegni pensionistici pubblici che si realizzerebbe sarebbe compensata in larga misura dal rendimento dei fondi pensione, con una riduzione del grado di copertura totale del tutto sopportabile, non superiore al 5 per cento.

Nei prossimi anni, l’abbattimento del cuneo sul lavoro dei giovani consentirebbe retribuzioni più elevate e faciliterebbe l’occupazione, con conseguente maggiore gettito sia contributivo che fiscale. La misura è capace di generare, da sé, con la crescita, le risorse necessarie per finanziarsi.

L’Italia può davvero tornare a crescere. Per farlo, serve una misura forte, di rottura, per dare speranze ed energia ai giovani e alle imprese.

Il Corriere della Sera – 12 ottobre 2015 

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