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    Home»Notizie ed Approfondimenti»L’analisi. Perché conviene separare previdenza e assistenza. La divisione è utile in termini contabili ma è pure un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no
    Notizie ed Approfondimenti

    L’analisi. Perché conviene separare previdenza e assistenza. La divisione è utile in termini contabili ma è pure un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche17 Febbraio 2016Nessun commento4 Minuti di lettura
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    di Alberto Brambilla, il Corriere della Sera. Separare la spesa assistenziale da quella previdenziale è una richiesta che proviene da più parti e da molti anni; qualcuno dice che è un esercizio inutile ma se si conosce bene il nostro sistema previdenziale si capisce che questa operazione non è solo utile in termini contabili perché fa chiarezza su spese che sono molto diverse tra loro ma è anche un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no.

    È necessaria poiché il nostro modello di welfare per finanziare le pensioni prevede una tassa di scopo (i contributi sociali) mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale. Per questi motivi nel 3° Rapporto sul «bilancio del Sistema previdenziale italiano» elaborato, come ogni ano, dal Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali, abbiamo riclassificato il bilancio per evidenziare le spese di natura assistenziale separandole da quelle pensionistiche pure cioè quelle sostenute da contribuzioni.

    Una onesta riclassificazione consente: a) di fornire dati corretti agli organismi internazionali che spesso ci accusano di spendere troppo per le pensioni e troppo poco per le altre funzioni di welfare (famiglia, esclusione sociale, sussidi agli anziani); b) evita le continue richieste di riforma del sistema favorendo invece proposte di flessibilità connaturate al metodo di calcolo contributivo; c) consente ai policy makers ma anche a tutti gli interessati di conoscere esattamente la composizione della spesa per fare poi interventi mirati e non mossi da ragioni ideologiche o peggio ancora, elettorali.

    Dal Rapporto emerge che la spesa per pensioni di natura previdenziale cioè quelle pagate con i contributi dei lavoratori nel 2014 ha raggiunto i 216.107 milioni mentre le entrate contributive sono state pari a 189.595 milioni per un saldo negativo di 26,512 miliardi. Tuttavia se alle entrate contributive totali sottraiamo la quota Gias a carico dello Stato, le entrate da contributi effettivi (da lavoratori e datori di lavoro) si attestano su 172.647 milioni. Parallelamente se alla spesa pensionistica totale sottraiamo le imposte che lo Stato incassa direttamente (salvo ulteriore conguaglio a fine anno) e che quindi sono semplicemente una «partita contabile di giro» e quindi una «non spesa», il totale si riduce a 173.207 milioni.

    Se poi separassimo davvero l’assistenza dalla previdenza, a questa cifra dovremmo sottrarre anche l’importo delle integrazioni al minimo che sono erogate in base al reddito e non ai contributi versati (nella spesa per funzioni Eurostat dovrebbero stare tra il sostegno alla famiglia e l’esclusione sociale), per cui la spesa per pensioni previdenziali si attesterebbe a 162.713 milioni. Trascurando le integrazioni al minimo che se considerate produrrebbero un saldo molto positivo, scopriamo tuttavia (e qui sta la notizia) che il bilancio pensionistico è in pareggio, con un modesto disavanzo di 560 milioni, a dimostrazione del fatto che il nostro sistema grazie alle numerose riforme che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni è stato stabilizzato e messo in sicurezza. Ciò dovrebbe indurre a maggiore prudenza coloro che propongono tagli alle pensioni, deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà che assieme alle notizie (errate) delle basse pensioni pagate dall’Inps hanno il solo effetto di aumentare elusione ed evasione contributiva e dissuadono i giovani da una corretta contribuzione. Oltretutto considerando la spesa pensionistica effettiva così come sopra calcolata, il rapporto con il Pil si riduce dal 15,46% al 10,06%, allineandosi agli altri Paesi Ue. Istat per l’anno 2011 ha addirittura comunicato a Eurostat che la spesa per Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) è pari al 19% sul Pil proprio per il fatto che prestazioni come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e gli assegni familiari sono imputati alla spesa per pensioni.

    Così al confronto con gli altri Paesi europei l’Italia primeggia nella spesa per pensioni facendo irritare i partner europei mentre si posiziona agli ultimi posti delle classifiche Ocse e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, dell’esclusione sociale e della casa. Il Rapporto evidenzia che la spesa a carico della fiscalità generale (cioè quella non coperta dalle contribuzioni sociali) per le prestazioni assistenziali (correlate al reddito, per sostenere la famiglia e ridurre i tassi di povertà e di esclusione sociale) ammonta nel 2014 a oltre 119 miliardi netti (su queste prestazioni non ci sono imposte). Tale spesa è pari al 69% circa di quella per le pensioni il che dovrebbe far molto riflettere poiché è questa la vera voce di bilancio da mettere sotto controllo.

    Corriere della Sera  – 16 febbraio 2016 

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