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L’analisi. Una porta in faccia ai giovani. L’occasione sprecata dei nuovi concorsi pubblici. I criteri di selezione penalizzano i neolaureati, mentre la stabilizzazione dei precari della scuola non eviterà cattedre vuote al Nord

Tito Boeri e Roberto Perotti, Repubblica. Mercoledì il ministro Brunetta ha annunciato un piano per mezzo milioni di assunzioni nella Pa nei prossimi cinque anni. Rispondendo a una sua lettera due settimane fa ci eravamo impegnati a congratularci con lui se avesse «sbloccato i concorsi pubblici già a bando e non completati insediando competenti commissioni esterne». Il decreto legge 44 (decreto Covid) ha in effetti sbloccato concorsi per circa 110.000 posti, adeguando le procedure alle condizioni imposte dalla pandemia. Purtroppo ha fatto molto di più: ha creato le premesse per l’ennesima stabilizzazione dei precari della scuola che però, come sempre, non sarà in grado di evitare le cattedre vuote al Nord, e ha di fatto chiuso le porte in faccia ai giovani qualificati che aspirano a entrare nel pubblico impiego, a partire da quel mezzo milione di persone (tra cui molti neolaureati) che hanno già fatto domanda.
Vi sono almeno tre motivi per cui il decreto 44 avrà queste conseguenze. Primo, permette una sola prova scritta e, per i concorsi già banditi, potrà anche non esserci la prova orale. È un peccato, perché le due prove scritte servono a testare tanto la cultura generale quanto le competenze specifiche legate alle mansioni che poi si potranno svolgere; l’orale (beninteso con una commissione ben strutturata) è in grado di evidenziare punti di forza e di debolezza del candidato, anche sulla base di una valutazione delle attività extra-curriculari. Addirittura, per i concorsi non ancora partiti (come i due concorsi ordinari già a bando per 13.000 cattedre nella scuola primaria e 33.000 nella secondaria) la procedura potrà anche esaurirsi nella semplice valutazione di esperienze professionali e di titoli: diventa quindi impossibile per giovani molto preparati far valere le loro competenze e mettere in luce le loro motivazioni. Secondo, nel valutare i candidati le commissioni potranno basarsi sui “titoli di servizio” di cui ovviamente i neolaureati sono sprovvisti. Terzo, le “procedure semplificate” di cui sopra valgono non solo per i bandi già aperti, ma d’ora in poi potranno essere utilizzate per le assunzioni con contratti a tempo determinato nella pubblica amministrazione. Si istituzionalizza così la produzione di precari a mezzo di precari: si entra nella Pa con dei contratti a tempo determinato, con prove che non permettono di selezionare in base a competenze, e si precostituiscono i titoli di servizio che renderanno poi possibile la stabilizzazione alla prima occasione in nome di una qualche emergenza nel riempire posti vacanti. I concorsi veri, quelli selettivi e aperti anche a chi sta fuori, vengono così svuotati. Ci rendiamo conto che ci sono molte persone che hanno accumulato esperienze importanti nel pubblico impiego e che si attendono di essere stabilizzate. Ma questo meccanismo perverso va contro i loro stessi interessi: continuando ad alimentare il bacino del precariato, il numero di persone che chiedono di essere stabilizzate sarà sempre troppo alto in rapporto ai posti disponibili.
Alcune delle sfide più impegnative che attendono la Pa, a part ire dal recupero dei gap formativi accumulati durante la pandemia, rischiano perciò di essere affidate solo a chi è già in servizio, senza possibilità di escludere chi non si è rivelato all’altezza. Alla fine di questi nuovi concorsi circa un terzo degli insegnanti nelle nostre scuole (età media 53 anni) sarà entrato con stabilizzazioni anziché con concorsi ordinari.
Nella scuola le procedure accelerate non risolveranno neanche il problema della mancanza dei docenti al Nord all’inizio del prossimo anno scolastico, perché il ministro Bianchi ha già attivato le procedure di mobilità. Come sempre, molti insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita.
Infine nulla viene previsto nel decreto per remunerare i componenti delle commissioni d’esame. È un lavoro a tempo pieno di diversi mesi e le persone davvero in grado di valutare i candidati non possono permettersi di sottrarre così tanto tempo alle loro attività ordinarie senza ricevere alcun compenso. La prassi di non pagare i membri delle commissioni d’esame è funzionale a nomine di commissari tutti interni alle amministrazioni coinvolte.
Stiamo perdendo l’occasione, con il massiccio turnover previsto nei prossimi cinque anni, di rinnovare davvero la Pa. Per esempio, i primi a venire assunti senza prove orali saranno proprio i 2.800 tecnici destinati a gestire le politiche di coesione nel Mezzogiorno il cui bando è apparso in questi giorni in Gazzetta Ufficiale. Si parla tanto del Pnrr come di un’occasione unica per rilanciare il Sud, non dovremmo selezionare questi tecnici con particolare cura?

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