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Last minute market. Formula anti-sprechi: recuperare il cibo e chiudere in utile

Rita Querzè. Può un’azienda stare sul mercato e nello stesso tempo svolgere una missione sociale? Può. La storia della bolognese Last Minute Market lo dimostra. Nata come spin off dell’università di Bologna, la società oggi compie dieci anni. I conti sono in attivo e dà lavoro a dieci persone. Svolgendo una missione importante: ridurre gli sprechi alimentari (e non solo) per aumentare il benessere della comunità.

L’impresa è nata dall’idea di Andrea Segrè, professore dell’ateneo di Bologna. «Era il 1998 e volevo capire come funziona un supermercato — racconta —. Quando mi hanno portato nel magazzino sono rimasto a bocca aperta. Era pieno di scatole di yoghurt a 24 ore dalla scadenza che i consumatori ormai non compravano più, scatole di pasta ammaccate ma con il prodotto ancora intatto, confezioni di arance dove un solo frutto era ammuffito ma tutti gli altri non potevano essere recuperati vendendoli sfusi. «Questa roba non può diventare spazzatura», mi sono detto. Ma come fare? L’ispirazione mi è venuta visitando il mercato ortofrutticolo di Bologna. Qui ho scoperto che addirittura dal 1981 una suora, suor Matilde, aveva messo a punto un sistema di recupero di frutta e verdura invendute. Gli enti non profit venivano in orari prestabili e a turno a recuperare le rimanenze. Ecco, mi sono detto, il punto è recuperare le eccedenze là dove si formano, senza bisogno di magazzini e frigoriferi. In pratica abbiamo messo a sistema l’idea di suor Matilde».

Oggi l’Università di Bologna è uscita dalla società come del resto Andrea Segrè. Sono rimasti quatto soci, ex studenti che avevano iniziato a lavorare al progetto quando non ci credeva nessuno. Tra loro l’amministratore delegato, Matteo Guidi: «La nostra missione è organizzare sistemi di recupero per conto dei clienti: grande distribuzione, mense scolastiche e ospedaliere, gruppi della ristorazione. Qualche nome: Conad, Despar, Camst, Elior, Leroy Merlin, Barilla, Hera. Non aiutiamo a recuperare solo l’alimentare ma anche farmaci, mobili, materiale per il bricolage. E poi c’è l’attività di formazione nelle scuole. La più importante. Perché i nostri figli meritano una società a spreco zero».

Corriere della Sera – 7 aprile 2018

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