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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Notizie»L’attacco finale a tre milioni di dipendenti pubblici è iniziato. E Confindustria ci prova: statali licenziabili
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    L’attacco finale a tre milioni di dipendenti pubblici è iniziato. E Confindustria ci prova: statali licenziabili

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche4 Gennaio 2012Nessun commento6 Minuti di lettura
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    1a1a18_icenz1dfgfdgdfgUno, due, tre. E’ fuoco a raffica di articoli, servizi televisivi, news, approfondimenti. L’attacco finale a lavoratori di stato e enti locali è iniziato. Un bel regalo di Natale che prepara una quaresima anticipata per circa 3 milioni di italiani. Ingenuo pensare che colpi così ben coordinati siano frutto di una combinazione. Prima della ‘fase due’ è necessario far piazza pulita delle ultime resistenze. I cecchini dei media han gioco facile, sparano nel mucchio. Dopo un bombardamento che dura da anni, tutti i dipendenti pubblici sono ormai conosciuti col termine di fannulloni.

    Gentile apprezzamento espresso dall’allora professore Ichino, diventato grazie a ‘meriti’ indiscussi senatore del Pd.

    L’offensiva finale a un esercito abbandonato dagli ufficiali e ingannato dai sindacati, è ricca di cifre, come quelle sui secondi lavori dei dipendenti pubblici mandati in onda in prima serata dal Tg5 il 27 dicembre. Si avvale di dati forniti dall’agenzia delle entrate come quelli citati dalle ripetute inchieste firmate da Gianantonio Stella sul Corriere. E poi tanti alrti articoli, news, segnalazioni che puntano il dito sulle assunzioni nelle società municipalizzate, sui dipendenti infedeli, su chi percepisce la disoccupazione impropriamente. Il fuoco non risparmia nemmeno i precari. E’ il Tg3 a fare il lavoro ‘sporco’ nell’edizione serale del 28 dicembre. L’attacco alle stabilizzazioni di precari pronunciato dalla gelida Berlinguer, trova campo facile: stavolta da colpevolizzare sono le assunzioni fatte in Sicilia…

    Il primo bastione a perdere pezzi è il più importante, cioè l’unica vera cassa dei dipendenti pubblici, l’Inpdap. Solo il pudore evita a qualche giornalista di far passare l’istituto di previdenza per un ente inutile. Falcidiato nel silenzio di sindacati e partiti già nel 2000 con la cartolarizzazione, leggasi svendita, di centinaia di edifici, terreni, appartamenti. Un ricco bottino che ha scatenato le mire ‘liberal’ dei governi dell’ultimo decennio. Nessuno fino ad oggi era riuscito a cannibalizzare la preda: Hannibal Monti ha deciso di eliminare l’Inpdap e il suo patrimonio accorpandolo (si fa per dire) all’Inps. Una riorganizzazione che puzza di dismissione. Una razionalizzazione che ha l’alito mortifero della disoccupazione. Infatti sono già partite 700 lettere di licenziamento, che nella neolingua dei tecno-dittatori ha sostituito il più appropriato termine di licenziamento. Restano in trepida attesa gli altri 3000mila dipendenti dell’ente previdenziale, dopo che il 28 dicembre a Roma una delegazione sindacale non ha avuto risposte scritte dal presidente dell’Inps Mastropasqua. Il nuovo datore di lavoro non sa né come, né quando e soprattutto se, dovrà assumere gli ex dipendenti Inpdap.

    I fannulloni italiani, unica specie in via di estinzione ancora (per poco) protetta da quell’articolo 18 che la maggioranza dei lavoratori non conosce nemmeno di nome, sono destinati a seguire il triste destino dei loro colleghi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Una storia men che parzialmente raccontata dai nostri media, più impegnati a trasmettere immagini di violente manifestazioni di piazza quando parlano di quei paesi. Video utili a spaventare il telespettatore medio, più che a informare su quel che sta accadendo ai lavoratori statali nel resto d’Europa. Oltre alle centinaia di migliaia di licenziamenti, molte volte nemmeno mascherati dalla farsa della ‘mobilità’, vi sono corpose decurtazioni degli stipendi a parità di orario ed eliminazione di qualsiasi bonus. Quasi che 13ma e assegni familiari fossero gentili concessioni e non diritti sanciti (a caro prezzo) da contratti nazionali. Norme che nemmeno lo Stato italiano stesso riesce più a garantire. Restano i fatti. L’impiegato statale greco dal 1° gennaio si è visto decurtare lo stipendio da 1200 a 700 euro, ‘bonus inclusi’, mentre il nuovo programma del governo britannico si propone di lasciare a casa 200mila dipendenti pubblici nel 2012. In Portogallo, per ora, oltre alla decurtazione delle tredicesime c’è stato il taglio del 5% di tutti gli stipendi. E in Italia si è aperta la stagione della caccia grossa. Obiettivo è lui, l’odiato dipendente pubblico. Fannullone maledetto. Ma con la coesione e il superamento delle ‘sterili contrapposizioni’ come le ha definite recentemente il presidente della Repubblica Napolitano, siamo certi che anche questo ‘nemico della stabilità’ verrà eliminato. Mai come in questi momenti ‘così difficili per il nostro paese’ c’è bisogno di responsabilità. Non dimentichiamocelo.

    Ilfattoquotidiano.it – 2 gennaio 2012

    Confindustria ci prova: statali licenziabili

    L’ultimo tabù rimasto in piedi (insieme all’articolo 18) è la licenziabilità del dipendente pubblico. Non si può mandare via un lavoratore privato senza una giusta causa.

    Ingrandisci immagineE ovviamente la stessa cosa deve valere anche per l’impiegato pubblico. Ci sono momenti, però, in cui anche i tabù possono essere sconfessati. Soprattutto per cause di forza maggiore. E il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli (nel tondo), ritiene che queste cause di forza maggiore oggi ci siano. E quindi addio al posto fisso, granitico bunker che per generazioni ha difeso i sogni di insicuri e fannulloni.

    Insomma il re è nudo. A urlarlo però non è un bambino, bensì il direttore di viale dell’Astronomia. Un’opinione che pesa e una voce che si staglia dai milioni di mugugni che in questi anni sono stati tenuti sotto voce per non alzare troppo la temperatura del già surriscaldato conflitto sociale.

    A innescare la miccia un dibattito ospitato ieri mattina dalla trasmissione Omnibus di La7. «A un certo punto – ha affermato Galli nel corso della trasmissione – dovremmo porci anche la prospettiva dei tagli nei pubblico impiego».

    Non soltanto i costi della politica sono oggettivamente esorbitanti, anche la macchina statale «mangia» gran parte delle risorse finanziarie ottenute dal Fisco. Ovvio pensare a snellire la Pubblica amministrazione per arrivare a tagli più sostanziosi ed efficaci. D’altronde in Germania già nel 2010 è stato messo sul piatto della manovra economica il potenziale taglio di 10mila dipendenti pubblici nel corso dei successivi quattro anni (fino al 2014) e dell’abbattimento delle retribuzioni (sempre dei dipendenti pubblici) del 25%. Misura draconiana ma necessaria secondo il governo tedesco. Con i tabù, insomma, non si pareggiano i bilanci e non si riassesta la stabilità economica di un Paese.

    La puntuta provocazione del direttore generale di Confindustria ha suscitato prevedibili reazioni. E repliche velenose. Eppure, che si tratti di un tabù lo dimostra la decisione presa a metà dicembre dai parlamentari greci. La manovra anti-crisi, messa su in fretta e furia dal governo di unità nazionale per impedire ad Atene di uscire dall’euro, prevedeva la messa in mobilità (e il taglio) di migliaia di dipendenti statali. La norma, però, non è passata. Segno che anche quando si è di fronte al baratro è difficile rinunciare a una convinzione così radicata come quella della graniticità del posto fisso.

    Secondo Gianni Baratta, segretario confederale della Cisl, la mobilità nella pubblica amministrazione già esiste. «Consigliamo a Galli – spiega il dirigente sindacale -, di guardarsi gli andamenti degli organici della Pubblica amministrazione negli ultimi cinque anni, in decremento costante, per effetto anche del blocco del turn over. A tale proposito, proprio oggi il Tesoro dichiara un miglioramento del fabbisogno statale che per il 2011 registra un calo di 5,5 miliardi. Uno dei capitoli più pesanti di questo calo è stata la leva contrattuale/salariale che ha visto bloccate dal 2009 al 2014 le retribuzioni pubbliche con il blocco dei contratti».

    Il Giornale – 4 gennaio 2012

     

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