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Lavoro compromesso politico possibile, ma Monti deve guidarlo

di Stefano Folli. C’è un interesse piuttosto evidente dei tre leader di maggioranza (Alfano, Bersani e Casini) a chiudere l’intesa sulla riforma del lavoro e sull’articolo 18 in tempi medi, se non proprio brevi.

Per evitare, come dice Casini, che l’argomento avveleni per mesi il dibattito pubblico, condizionando la campagna elettorale: quella che oggi riguarda le amministrative, ma anche quella che dopo l’estate accompagnerà gli ultimi mesi della legislatura verso il cruciale voto politico del 2013. Non a caso il presidente del Senato, Schifani, pensa che siano necessari una quarantina di giorni per approvare la legge e salvaguardare il quadro politico.

D’altra parte, il compromesso non è ancora pronto. Difficile quindi credere che il disegno di legge che il governo si accinge a presentare possa rispecchiare in modo compiuto quello che non c’è. Ne deriva che ci sarà un gran lavoro per il Parlamento, se si vogliono collocare tutti i tasselli al loro posto. Sulla carta, le posizioni di merito sono distanti. E il rischio paventato dalle imprese è che il desiderio di chiudere la partita sul terreno politico porti a un cattivo compromesso: cioè allo svuotamento della riforma e a più pesanti oneri per le aziende.

Sarebbe la beffa dopo il danno. Però è vero che i nodi, come si dice, stanno arrivando al pettine. Davanti al governo Monti il bivio è chiaro. Da un lato il tripartito dà segni di voler cercare la sintesi. Soprattutto per ragioni di convenienza: nessuno può permettersi di mettere in crisi il governo «tecnico» senza sapere cosa accadrà dopo. E poi si tratta di una materia molto delicata.

In tempi di recessione e di disoccupazione, neanche Alfano ha voglia di abbracciare una linea dura quando si parla di licenziamenti più o meno facili. E infatti cosa dice il giovane segretario del Pdl? Chiede che l’accordo eventuale non sia sottoscritto alle condizioni della Cgil, adombrando che il Pd di Bersani sia succube di Susanna Camusso. È un argomento utile quando si vuole mandare un messaggio al proprio elettorato, ma non rappresenta un ostacolo serio al negoziato. Nella sostanza Alfano ha raccolto la mano che gli ha teso Bersani nell’intervista a «Repubblica». Mentre Casini, è ovvio, resta il mediatore per eccellenza, il consueto smussatore di angoli.

Dall’altro lato Monti non può rinunciare a una riforma autentica del mercato del lavoro, molto al di là delle pastoie dell’articolo 18. Ciò implica che il presidente del Consiglio sia in grado di sfruttare, sì, il disgelo tra le forze politiche, ma anche di guidare il negoziato, senza abbandonarlo alla forza d’inerzia dei partiti. Perché in tal caso il compromesso parlamentare rischierebbe di essere insoddisfacente e contraddittorio con le esigenze di una buona legge.

In altre parole, è adesso che Monti deve dimostrare che l’apprendistato politico di questi mesi sta dando i suoi frutti. Lasciata a se stessa, la semi-maggioranza parlamentare è destinata con ragionevole certezza a individuare un accordo al ribasso. Ma il polso del premier (l’uomo che guida un governo «con un consenso più alto di quello dei partiti») può rovesciare la tendenza. E spingere i partiti a intese che non tradiscano lo spirito della riforma. Una parte rilevante del mondo sindacale è pronto a sostenere questo passaggio (si vedano le costanti dichiarazioni di Bonanni). La Cgil farà le sue valutazioni, ma Bersani ha già ribadito che il Pd è «autonomo» rispetto al sindacato.

Il Sole 24 Ore – 3 aprile 2012

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