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Lavoro notturno e orari inusuali: Italia fanalino di coda in Europa con elevati costi socio-sanitari e aumento dei rischi

di Sergio Garbarino*. Le cifre del lavoro a orari inusuali parlano chiaro: siamo fra i paesi Europei che maggiormente adottano l’organizzazione del lavoro con orari inusuali, al di fuori del tradizionale orario diurno dalle 8.00 alle 18.00, soprattutto fra i giovani (41,8% contro il 38,5% della media UE).

Oggi viviamo in un mondo in cui, grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, siamo in grado di produrre e distribuire beni, servizi e capitali in tutto il mondo praticamente senza sosta attraverso i fusi orari e i confini nazionali. Questi orari incessanti hanno portato alcuni sociologi alla definizione di “economia 24/7” – un mercato che lavora 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana.
Numerose ricerche hanno dimostrato che il lavoro notturno altera il ritmo circadiano che regola i principali processi biologici interni e in particolare il ciclo sonno veglia, interferisce con l’equilibrio psicofisico (ritmi circadiani, ciclo sonno/veglia), le performance (vigilanza, errori, incidenti) e le relazioni famigliari e sociali. Inoltre nel tempo si associa a un maggior rischio per la salute in termini di alterazioni dell’umore, disturbi psicosomatici, gastrointestinali, cardiovascolari, metabolici (diabete, dislipidemie, ..), obesità e tumori. Sebbene i potenziali effetti deleteri del lavoro a orari inusuali siano ben noti, la pressione indotta dall’economia 24/7 ne favorisce il mantenimento, non solo per settori essenziali come Sanità, Pubblica Sicurezza e Trasporti, ma anche per massimizzare la capacità produttiva in risposta alla domanda dei consumatori e, in alcuni casi, la preferenza dei dipendenti per i turni lunghi per fruire di giorni di riposo e di incentivi sulla retribuzione.
L’impatto del turnismo sulla salute è influenzato anche da altri fattori come l‘organizzazione degli orari dei turni, i carichi di lavoro, le condizioni sociali, le strategie di adattamento e vari fattori individuali (genere, invecchiamento).
All’inizio degli anni ’90 i costi per la salute e la riduzione della produttività (per ridotte performance, incidenti e infortuni, turnover dei dipendenti e costi di riqualificazione) attribuiti al lavoro a turni ammontavano a 77 miliardi di dollari/anno negli Stati Uniti e circa 25 miliardi per infortuni in Francia, oltre 50,5 milioni di dollari australiani negli anni 2000 per richieste di indennizzo per perdita di ore-lavoro dovuta a infortuni, stimato fra i 281 e i 467 miliardi di dollari per il periodo 2015-2030 utilizzando dati macroeconomici.
Considerando queste ingenti stime, è sorprendente che non vengano attuate chiare strategie di mitigazione efficaci per tutelare la società dagli impatti negativi del necessario lavoro notturno e a orari inusuali, come la diffusione di piani di promozione della salute e di igiene del sonno.
L’eccesso di costi sanitari legati al lavoro a turni e a orari di lavoro inusuali è notevole, ma sembrerebbe non essere considerato abbastanza elevato da modificare le politiche di programmazione del lavoro.

*Neurologo, Neurofisiopatologo. Docente presso Dipartimento di Neuroscienze, Riabilitazione, Oftalmologia, Genetica e Scienze Materno-Infantili – Università di Genova

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