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Lavoro. Nuove regole per sette assunti su dieci. Contratti flessibili nell’arco di tre anni

Per capire meglio gli effetti dell’ennesima riforma del lavoro può essere utile farsi un giro nelle Langhe. E andare a Clavesana, terra di nocciole e tartufi, provincia di Cuneo. Qui c’è la sede della Massimino costruzioni srl, denti stretti davanti alla crisi e 10 dipendenti a tempo indeterminato. «A primavera – dice il titolare Domenico Massimino – qualche nuovo lavoro dovrebbe entrare. Sto pensando di prendere due persone in più: una con un contratto a termine, l’altra con l’apprendistato».

L’avrebbe fatto anche senza le nuove regole, quelle varate mercoledì per decreto legge e quindi presto in vigore, che rendono ancora più flessibili questi contratti? «Penso di no. E se anche l’avessi fatto avrei poi utilizzato quegli espedienti, legittimi e molto diffusi, che poi ti evitavano di doverli assumere stabilmente». Viva la sincerità dei piemontesi. Perché fino ad oggi, molto spesso, davanti all’obbligo di aggiungere una causale al momento della proroga del primo contatto a termine, con il rischio poi di esporsi ad una causa, le aziende preferivano tirarsi indietro. E perché davanti all’obbligo di assumere gli apprendisti che avevano finito il periodo di formazione prima di poterne assumere altri sfruttando i relativi sconti fiscali e contributivi, altre aziende preferivano licenziarli ancora prima del termine. Un paradosso. Ma solo così la loro mancata assunzione non veniva conteggiata nel pallottoliere dell’apprendistato, e potevano assumere un nuovo giovane che aveva già il marchio dell’usa e getta.

Il nuovo contratto a termine senza causale di tre anni riprende il contratto per l’Expo di Milano studiato a lungo, ma inutilmente, dal governo Letta. Consente alle aziende di programmare la loro attività, dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che dopo un periodo così lungo «quelli bravi avranno più probabilità di essere presi». A patto che nel frattempo gli ingranaggi dell’economia abbiano ripreso a girare nel verso giusto. Al momento resta ancora da capire se le nuove regole aumenteranno ancora di più la precarietà o se questa è l’unica strada per uscire dalla paralisi. Forse peggio della paralisi se nella sola provincia di Cuneo della nostra Massimino costruzioni srl, gli addetti all’edilizia sono scesi in tre anni da 6.500 a 4.100.

Messi insieme, contratto a termine e apprendistato coprono sette assunzioni su dieci. C’è la possibilità che nella nuova versione flessibile tolgano spazio al lavoro in somministrazione, quello delle agenzie interinali? «Non è così – risponde Federico Vione, amministratore delegato di Adecco Italia – perché il vantaggio che noi diamo alle aziende non sta solo nella flessibilità ma nel fatto di avere un costo certo, assenze comprese, senza il problema di gestire internamente tutte le pratiche e i problemi».

Certo, poi ci sarebbe anche il discorso della stabilità, il problema di norme che cambiano molto spesso confondendo gli imprenditori italiani, figuriamoci i tanto invocati investitori esteri. L’apprendistato cambia pelle per la decima volta negli ultimi tre anni, il contratto a termine è arrivato alla sedicesima modifica dal 2001, come ricorda il giuslavorista Michele Tiraboschi. In realtà altre novità sono in arrivo, dal contratto unico a tutele crescenti al salario minimo, dalla riforma degli ammortizzatori sociali all’estensione della maternità. Ma sono fuori dal decreto legge approvato due giorni fa. Per vederle bisognerà aspettare i tempi lunghi, e il destino incerto, del disegno di legge delega.

Lorenzo Salvia – Corriere della Sera – 14 marzo 2014

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