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Lavoro. Nuovi guai per Renzi, i giovani turchi del Pd contro il decreto. Dopo Damiano, un altro pezzo di partito minaccia di sfilarsi

All’ora di pranzo, dopo un caffè alla buvette, il deputato Pd Matteo Orfini si rivolge a due colleghe della sua corrente, i cosiddetti «Giovani turchi». «Pronte alla guerriglia?», scherza con Chiara Gribaudo e Valentina Paris, deputate della Commissione lavoro: pronte a combattere sul decreto del governo che devono cominciare a esaminare oggi.

«Non va bene, è da cambiare», scuote la testa Orfini, aggiungendosi al coro di altri big della minoranza che, dall’ex segretario Epifani all’ex viceministro Fassina, bocciano il provvedimento riguardante i contratti a termine. Tanto sgradito da minacciare di non votarlo, come ha paventato Fassina (così com’è il testo «non è votabile», ha detto)? «La questione non si pone in questi termini: i numeri li abbiamo noi. In Commissione Lavoro il presidente è un esponente della minoranza, Cesare Damiano, e solo noi “turchi” siamo quattro. Dopodiché – aggiunge Orfini – se Renzi si intestardisse a volerlo lasciare com’è, beh, vorrà dire che se lo approva con Forza Italia…».

Ecco qua: il governo non fa in tempo a superare la mina del disegno di legge sulle province, prudentemente investito al Senato del voto di fiducia dopo due scivoloni l’altroieri, che tocca affrontare un’altra curva pericolosa sull’argomento lavoro. «La nostra proposta – spiega Orfini, che pure è leader dell’ala di minoranza considerata più dialogante con i vincitori del congresso – è di inserire nel decreto il contratto a tutele crescenti contenuto nella successiva legge delega, rendendolo più conveniente a livello contributivo di quello a termine, in modo da facilitare le assunzioni. Capisco che Renzi abbia voluto limitare i contenuti del decreto per rispetto del Parlamento, per lasciare maggiore libertà di discussione sul Jobs act, ma io dico andiamo oltre. Contestualmente, correggiamo quello che non va nel decreto su apprendistato e contratti a termine». 

 E cose che non vanno i «turchi» ne individuano parecchie, dal fatto che l’apprendistato non preveda un obbligo alla formazione, all’abolizione della causale dei contratti a termine abbinata alla possibilità di otto rinnovi in tre anni. «Io il decreto voglio cambiarlo. Sono renziano: anch’io voglio essere torrente impetuoso per migliorarlo», ironizza Orfini sulla definizione che il premier ha dato di sé.

Perplessità simili coinvolgono altri pezzi della minoranza: Gianni Cuperlo insiste che il testo vada migliorato nel passaggio parlamentare («liberalizzare il contratto a termine, fino a tre anni senza vincolo di assunzione, è l’opposto di quello che serve: bisogna favorire la stabilizzazione con incentivi fiscali e contributivi e migliorare il controllo pubblico per evitare abusi sulla reiterazione del contratto»), o, ancora, Epifani propone di invertire l’ordine dei provvedimenti, la legge delega con i contenuti del Jobs act prima del decreto. Una fibrillazione sull’argomento che coglie al volo l’ex alleato di Sel: «Costruiamo ora una mobilitazione nel Paese contro l’idea di precarizzazione selvaggia che c’è nel decreto presentato dal ministro Poletti», propone Nichi Vendola. 

Ieri sera era in programma la riunione del premier con i gruppi parlamentari del Pd. All’ordine del giorno, le riforme costituzionali del Senato e del Titolo V. Ma, a quanto pare, sarà presto il momento di discutere anche di lavoro…

La Stampa – 27 marzo 2014

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