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Tagli, corsa per approvare decreto. Monti: «Ritocchi ma saldi invariati»

Via all’iter in Senato, il governo spera di chiudere tutto il 3 agosto. Bersani protesta: “Errori tecnici”. Regioni e Comuni sulle barricate

È corsa contro il tempo per approvare entro la pausa estiva il decreto sulla spending review. Ma il programma di un provvedimento-lampo, come lo vorrebbe Mario Monti, rischia di arenarsi sulle secche di resistenza di Regioni, Province e Comuni e, soprattutto, per lo stop del Pd. ’ «C’è il rischio che sui tagli sulla sanità si faccia il bis della vicenda esodati», avverte il segretario Pier Luigi Bersani che lamenta «errori tecnici» e incolpa il governo di non aver «sufficientemente capito come funzioni il Servizio Sanitario».

Per evitare il caos e il ripetersi di una vicenda pasticciata come quella degli esodati, i democratici sono disposti a sedersi attorno ad un tavolo e discutere. Con il governo, con le Regioni e in Parlamento. Monti non chiude la porta: è disposto a considerare qualche «limatura» anche se nel rigido rispetto dei saldi invariati. Anche perchè, si fa notare nelle stanze di palazzo Chigi, già il governo ha cercato di ponderare le misure, evitando tagli lineari. Ma Bersani incalza: «Dobbiamo ragionare su altre soluzioni e ci auguriamo che tutte le forze politiche vogliano impegnarsi su un tema così delicato» dice. Tutte le forze politiche. Anche il Pdl che improvvisamente ha sotterrato l’ascia di guerra e che sostiene il provvedimento perchè punta ad evitare la nuova mannaia fiscale che altrimenti si leverebbe sugli italiani ad ottobre, con il rialzo dell’Iva. «Speriamo che il Pdl sia disposto ad occuparsi, oltre che della Rai, anche della salute degli italiani» attacca Bersani. E Cicchitto rintuzza: «Non siamo a sovranità limitata».

Con il Pd di traverso, tuttavia, il cammino del provvedimento che il governo vorrebbe approvato definitivamente entro l’estate potrebbe arenarsi. Oggi il dl sulla spending review, approvato in fretta e furia in un Consiglio dei ministri fiume, è stato pubblicato in Gazzetta e già nella notte è stato trasmesso al Senato dove da lunedì inizierà il suo iter. Il provvedimento è atteso in Aula alla Camera per il 31 luglio: il calendario stilato da Fini con i capigruppo prevede, ad ora, di terminare il 3 agosto. Per rispettare i tempi e per approvare il decreto, come vorrebbe il governo, entro la pausa estiva, è possibile dunque che si ricorra ad una nuova fiducia. Ipotesi che secondo alcuni il Colle potrebbe però non gradire. Chi su tempi e sostanza continua a concordare è Pier Ferdinando Casini che incoraggia il provvedimento: uno «spartiacque» tra chi «difende i privilegi e chi sceglie la serietà» pur sapendo quali costi comporti in termini «di voti da perdere».

Sulla sostanza anche il Pdl continua a dire sì, anche se un calibro del partito come Fabrizio Cicchitto chiarisce: l’appoggio alla spending review non si “traduce” politicamente nella grande coalizione. Riguarda solo l’hic et nunc di oggi e gli impegni politici conseguenti». La Lega è avvertita, visto che il nuovo segretario, Bobo Maroni, non solo annuncia battaglia – «ormai è chiaro, questo governo vuole la rissa con il Nord» – ma suona sullo stesso tasto di Bersani. «Così si rischia il bis degli esodati» commenta infatti Maroni. E così mentre si rimescolano schieramenti e alleanze, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi paventa il «rischio di macelleria sociale». Anche per Di Pietro «tra le tante porcherie del governo, questa è una delle peggiori». Per questo l’Idv la contrasterà «in Parlamento, nelle piazze e a fianco dei lavoratori se decideranno di scioperare». Come preannuncia il segretario della Cgil, Susanna Camusso: contro il decreto, spiega, non basta la mobilitazione «c’è esigenza di un’iniziativa generale». Insomma, di uno sciopero generale.

La Stampa – 8 luglio 2012

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