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Le Asl: “Anche medici e infermieri devono vaccinarsi”. Dopo il caso dell’ostetrica che si è ammalata di morbillo, le regioni in campo. Pronto emendamento alla legge

NON era obbligatorio farlo e lei ha deciso di non vaccinarsi. Ora però ha preso il morbillo e all’ospedale di Senigallia, e pure alla Regione Marche, temono che quando era al lavoro abbia attaccato la malattia ai suoi pazienti, che sono dei neonati, o ai loro genitori. È un’ostetrica l’ultimo caso di operatore sanitario contagiato dalla malattia virale che nel 2017 in Italia ha già colpito 4.220 persone, cioè molte di più degli anni precedenti. La segnalazione è arrivata il 25 agosto e la direzione sanitaria dell’ospedale ha fatto partire subito un’indagine epidemiologica per capire chi è stato a contatto con l’operatrice nei giorni precedenti al 20, quando si è sentita male e si è messa in malattia. La Asl ha telefonato a tutte le donne che sono sate ricoverate con i figli quando l’ostetrica era in servizio e anche agli altri lavoratori del reparto. A molti verrà proposto il vaccino come profilassi. La scena quest’anno non è nuova, visto che sono stati 283 i casi di operatori sanitari contagiati dal morbillo. Ad esempio è successo ad un’altra ostetrica, che lavora all’ospedale Torregalli di Firenze, ma anche a medici e infermieri della nefrologia del policlinico di Milano, che hanno preso la malattia da un trapiantato di rene ricoverato proprio a causa del virus.

I tanti casi nel sistema sanitario avevano spinto anche alcuni parlamentari a proporre un emendamento alla legge Lorenzin sui vaccini a scuola, per obbligare pure medici e infermieri, ma anche i docenti, a fare per forza la prevenzione. Del resto se l’emergenza morbillo c’è, le coperture vanno alzate il più possibile anche tra gli adulti, a maggior ragione tra quelli che lavorano a contatto con i bambini o con soggeti fragili come i malati. La modifica però non è passata, si è solo stabilito che tutti i lavoratori di sanità e scuola, entro tre mesi dall’approvazione della legge, cioè ai primi di novembre, dicano qual è la loro situazione vaccinale. In sanità comunque si stima che le coperture siano tra il 10 e il15%. Le Regioni così si attrezzano per convincere i dipendenti a vaccinarsi. Le Asl emiliane, ad esempio, chiederanno a chi lavora in settori delicati di vaccinarsi. Altrimenti verranno spostati in altri servizi.

A proposito della legge sull’obbligo, ieri la ministra all’Istruzione Valeria Fedeli ha spiegato che «non ci sarà alcuna proroga al termine del 10 settembre», che è quello entro il quale i genitori dei bimbi che vanno a nido e materna devono presentare la documentazione riguardo alle avvenute vaccinazioni o all’impossibilità di farle per motivi di salute. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, invece ieri ha ricevuto i no-vax e poi ha invitato i cittadini a impugnare la legge davanti alla Corte costituzionale, mettendo anche a disposizione l’ufficio legale della Regione.

Repubblica – 29 agosto 2017

 

Uova e talco nel crepuscolo della probabilità. Ma sbaglia chi pensa che la medicina non ci dia risposte. Le risposte ci sono e indicano dei rischi

Daniela Minerva. Lo diceva già quattro secoli fa John Locke: non è che siamo al buio, ma neanche godiamo della certezza che può dare una luce piena. Quel che sappiamo lo vediamo nella luce fioca e spesso distorcente della probabilità. Così senza dubbio è in medicina. Dobbiamo rassegnarci: raramente ci dà certezze. Quasi sempre ci offre una probabilità. Poi siamo noi a dover decidere come usare questo dato. I due fatti di cronaca scientifici dell’agosto ce lo dimostrano ancora una volta. Partiamo dal Fipronil, che non dovrebbe essere nelle uova in Italia ma c’è. Posto che non dovrebbe esserci e bisogna trovare e punire chi l’ha usato contro la legge – che vieta di combattere i parassiti degli animali che entrano nella catena alimentare con questo prodotto – resta che le autorità sanitarie stimano il composto come “moderatamente tossico”, e che uno studio recentissimo fatto in Germania esclude che le quantità potenzialmente ingeribili con queste uova ci danneggino gravemente. “Moderatamente”, “gravemente”: insomma, dobbiamo preoccuparci o no? Forse no, ma resta che non c’è certezza; e fa bene la legge a vietare di usarlo. Come non c’è certezza sul talco: una signora californiana ha avuto dalla Johnson &Johnson che lo produce un risarcimento record di 417 milioni di dollari (e altre 4 donne avevano già ottenuto risarcimenti meno corposi in Missouri) perché la multinazionale è stata riconosciuta colpevole di non aver evidenziato che il prodotto “può” causare il tumore dell’ovaio di cui lei sta morendo. Lo causa o no? Boh: la Iarc, l’autorità assoluta in materia, classifica il talco come “probabilmente cancerogeno”, perché gli studi non sono concordi. Ancora una volta dobbiamo rassegnarci, e scegliere nella luce crepuscolare. Magari evitando di applicarlo sui genitali, cui si riferiscono gli studi che lo colpevolizzano. Perché non ci sono evidenze che messo altrove “possa” fare male. Perlomeno, ora non ci sono evidenze. Eppure chiunque concluda da queste note che la medicina non ci dà risposte sbaglia di grosso. Le risposte ci sono, e indicano dei rischi. Sta a noi decidere se vogliamo correrli o no. Per questo i tribunali americani stanno bastonando J&J, perché non ha indicato sulle confezioni del talco il rischio cancro. E con ciò ha mancato di informare i consumatori e di metterli nella condizione di scegliere.

Repubblica – 29 agosto 2017

 

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