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Le assenze bloccano il decreto sui tagli. Al Senato per quattro volte niente numero legale. Il governo rinvia a oggi (con la fiducia) il voto su enti locali e sanità

Tutta colpa del lunedì di mezz’estate oppure un avvertimento al governo? Ieri il Senato ha dovuto sospendere i lavori perché per quattro volte è mancato il numero legale, la soglia minima di presenze che assicura la regolarità della seduta. È stata rinviata a oggi, quindi, la discussione sul decreto legge enti locali, che contiene anche il taglio da 2,3 miliardi di euro alla sanità.

Il ministro per le Riforma Maria Elena Boschi minimizza: «Alcuni senatori hanno sottovalutato l’importanza di garantire la presenza in Aula: non è un problema di maggioranza ma di presenza il lunedì». Non un segnale politico, dunque.

Nel testo del decreto, in effetti, non ci sono novità. E il taglio da 2,3 miliardi alle spese sanitarie viene da lontano: già approvato la settimana scorsa in commissione, aveva avuto il via libera della Conferenza Stato-Regioni all’inizio di luglio dopo una prima intesa informale addirittura a febbraio. Ma proprio in questi giorni si è riacceso il dibattito sulla spending review , la revisione della spesa pubblica che riguarda anche la sanità. Proprio sicuro che non ci sia qualche mal di pancia?

Il partito che ha pesato di più nel rinvio è Ncd (19 presenze su 36), proprio quello del ministro della Salute Beatrice Lorenzin e anche di Antonio Azzollini, l’ex presidente della commissione Bilancio, per il quale domani il Senato voterà sulla richiesta di arresti domiciliari: «Ma quale mal di pancia! — dice il capogruppo Renato Schifani — c’è stata una sottovalutazione. È la prima volta che il Senato si riunisce il lunedì pomeriggio. Diciamo che l’esperimento non è riuscito. E sarà meglio non ripeterlo». Per il Pd c’erano 95 senatori su 113: percentuale quasi fisiologica ma si sa che a Palazzo Madama basta poco per finire sotto. La linea è la stessa: «Nessun segnale politico — dice pure il capogruppo Luigi Zanda — solo una certa trascuratezza che va comunque condannata». In Aula per il governo c’era il sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti, che si sfoga al telefono: «Abbiamo fatto una figura pessima, balorda. Così si alimenta l’antipolitica, possibile che non lo capiscano?».

Oggi il dibattito riprende a tappe forzate, con la fiducia che del resto il governo avrebbe messo lo stesso. La vera partita si giocherà dopo, con le norme attuative del ministero della Sanità che ha già individuato alcune voci da mettere sotto osservazione, come le risonanze magnetiche prescritte per un semplice mal di schiena, oppure al ginocchio dopo i 65 anni. Si farà in fretta perché i 2,3 miliardi devono essere risparmiati tutti nel 2015, o meglio in quei pochi mesi che restano alla fine del 2015. Non a caso il servizio Bilancio del Senato ha già sottolineato le «difficoltà di conseguire un risparmio in corso d’anno».

Per il 2016 una fetta della spending review dovrebbe arrivare dalla riforma della pubblica amministrazione, che nell’Aula del Senato arriverà la prossima settimana. Anche qui il governo promette tempi rapidissimi. Forse evitando il voto al lunedì.

Lorenzo Salvia – Il Corriere della Sera – 28 luglio 2015

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