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L’intervento. «Le famiglie d’Italia e il record del reddito perduto»

di Gian Antonio Stella*. L’«angoscioso presente» nel quale siamo immersi, per dirla con Giorgio Napolitano, trova nei numeri un’angosciante conferma

Un rapporto sui dati Ocse attesta che i cittadini italiani sono quelli che hanno perso più reddito disponibile. Uno smottamento quasi triplo rispetto alla Grecia e alla Danimarca che ci seguono nella funerea classifica. Il dossier, curato da Stephen P. Jenkins della London School of Economics, Andrea Brandolini della Banca d’Italia, John Micklewright dell’Institute of Education di Londra e Brian Nolan dello University College di Dublino, più una serie di studiosi internazionali, si intitola «The Great Recession and the Distribution of Household Income», cioè la Grande Recessione e la distribuzione del reddito delle famiglie.

E sarà presentato sabato a Palermo, anteprima di altri meeting in giro per il mondo, a un convegno della Fondazione Rodolfo Debenedetti. Il primo punto sottolineato dal dossier è che «la più grave crisi macroeconomica per l’area dell’Ocse dalla seconda guerra mondiale» non ha colpito i Paesi occidentali in modo omogeneo: tra il 2007 e il 2009, ad esempio, il Pil passa «dal 1,8% della Svizzera al -10,86 dell’Irlanda». Anche dove il prodotto interno lordo è calato bruscamente, però, «il reddito disponibile delle famiglie, nella maggior parte dei casi, è aumentato. Infatti, in molti paesi il reddito aggregato delle famiglie, nel suo complesso, è stato protetto dagli effetti della crisi da misure automatiche e addizionali di sostegno al reddito introdotte dai governi attraverso il sistema fiscale e previdenziale».

Misure in gran parte concentrate, spiegano i ricercatori, «sulle famiglie a medio-basso reddito». Qualche esempio? Negli States, nonostante la caduta del Pil del 2,6g% il reddito delle famiglie è cresciuto del 2,5%. In Gran Bretagna (-4,94) è aumentato del 2,5. In Francia (-2,81) del 2,2. In Germania (-3,78) dello 0,5. In Finlandia, con un crollo del -7,32% del Pil, addirittura del 4,5%. Per non dire dell’Irlanda, dove il prodotto interno lordo si è inabissato appunto del 10,86% ma i cittadini si sono ritrovati comunque un reddito del 3,7% più alto. Solo quattro Paesi, tra i 21 presi in esame, sono stati colpiti da un calo del reddito famigliare: Svizzera (anche se modesto: -0,2%), Danimarca, Grecia e Italia. E solo questi ultimi sono costretti a registrare un segno negativo sia sul Pil sia sul reddito.

Riassumendo: con un pesantissimo -6,47 siamo terzi (dopo Irlanda e Finlandia) nella graduatoria della peggiore performance del prodotto interno lordo. E siamo maglia nera assoluta nella parallela classifica del reddito famigliare. Con un tracollo (meno 3,3%)quasi tre volte superiore, come dicevamo, a quello danese (-1,2%) e a quello greco (-1,3%). Spiegano Jenkins, Brandolini, Micklewright e Nolan che i più colpiti dalla crisi, dopo alcuni anni di crescita pre-crisi che avevano fatto segnare un aumento del 18,2, sono stati i lavoratori autonomi. Che hanno perso complessivamente «12,2 punti percentuali» con picchi di 30,1 punti per le fasce più esposte. Così come si sono impoveriti «sia prima che durante la crisi» tutti i lavoratori dipendenti.

Unica eccezione nel quadro desolante, i pensionati, «il cui reddito cresceva prima della crisi e ha continuato a crescere». Sul versante opposto i figli e i nipoti: «L’impatto della crisi risulta particolarmente negativo per i nuclei familiari più giovani e per quelli in cui sono presenti uno o due figli». Insomma: un panorama oscuro e, spiegano gli autori del rapporto, ricco di apparenti contraddizioni. Esempio? A cavallo della crisi «in quasi tutti i 21 paesi, i guadagni medi dei lavoratori sono leggermente aumentati». Come mai? «Probabilmente perché i lavoratori meno retribuiti erano anche quelli con maggiori probabilità di essere licenziati». Fatto sta che dal dossier, come lo stesso capo dello Stato ha ricordato e come questa estate nerissima si è incaricata di confermare, emerge un nodo: agli italiani, per anni, non è stata raccontata tutta la verità. Basti ricordare alcune delle professioni di ottimismo del Cavaliere contro i soliti criticoni: «I media e l’opposizione, invece di dire che “il peggio e passato”, preferiscono essere catastrofisti, alimentando cosi una crisi che ha origini soprattutto psicologiche». E come dimenticare il messaggio detto e ridetto mille volte? «Il nostro Paese è quello che sembra andare meglio in Europa. E noi riteniamo che il dovere del governo continui a essere quello di invitare i cittadini a non avere paura e a non cambiare il loro stile di vita e le loro abitudini di acquisto. Solo così si potrà diminuire la profondità della crisi e la sua estensione temporale».

Certo, qualunque altro governo, di destra o di sinistra, avrebbe cercato di rassicurare i cittadini perché è vero che lo scoraggiamento può aggravare situazioni già pesanti. C’è modo e modo, però, di spargere serenità. Così come va sempre tenuto a mente il vecchio adagio: il medico pietoso fa la piaga verminosa. E oggi, davanti a certi dati, emerge la sorpresa: ma come, noi i più colpiti nei redditi familiari? Due anni e mezzo fa, sui muri del Nordest, vennero affissi dei manifesti. Dicevano: «Grazie Silvio per aver salvato i risparmi dei veneti». Sembrano passati secoli…

*Corriere della Sera – 8 settembre 2011

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