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«Le multe latte vanno pagate». La Corte Ue impone all’Italia il recupero di 1,3 mld anticipati dallo Stato. Ma molte aziende hanno chiuso

La resa dei conti sulle multe latte è arrivata. La Corte di Giustizia Ue ha emesso, ieri, il verdetto finale e ha imposto all’Italia il recupero delle multe non pagate dagli allevatori che hanno sforato il tetto produttivo nel periodo dal 1995-96 al 2008-2009. Il «buco», secondo la Commissione europea, è di 2,3 miliardi, ma una quota è considerata inesigibile. Quindi il conto presentato è di «soli» 1,3 miliardi.

Le multe sono state recuperate da Bruxelles, ma a pagare è stato lo Stato italiano che ha spalmato la somma sulla fiscalità generale. Nonostante due rateizzazioni. Una strategia contestata più volte anche dalla Corte dei Conti italiana che ha profilato, inoltre, il rischio di danno erariale. È stato stimato infatti che ogni cittadino italiano sia stato tassato per 70 euro per coprire le inadempienze degli allevatori.

Ora, dopo la pronuncia della Corte di Giustizia, l’Italia sarà costretta a mettersi in regola costringendo i produttori a onorare i loro (vecchi) debiti. In realtà la sentenza si riferisce alla dilazione della settima rata della seconda rateizzazione delle multe decisa unilateralmente nel 2010 dal governo Berlusconi (alle Politiche agricole prima Zaia e poi Galan).

La Commissione aveva ritenuto che la proroga di pagamento decisa dallo Stato italiano, benché riferita ad una sola rata, implicasse un nuovo sistema di rateizzazione e quindi desse origine «a un aiuto di Stato nuovo, illegale e incompatibile con il mercato interno».

L’Italia aveva presentato ricorso, ma dopo un primo pronunciamento positivo del Tribunale, la Commissione era ricorsa alla Corte Ue. Che ha bocciato la linea italiana e ha quindi confermato il diktat di Bruxelles di recuperare integralmente tutti gli aiuti.

Le multe sono concentrate in una ristretta pattuglia di allevatori irriducibili, fatta di grandi aziende: circa mille con quote pro capite da 300mila euro. E sono soprattutto imprese del Nord Italia, Veneto e Lombardia in particolare.

Il recupero appare però un’operazione molto complessa, perchè dopo tanti anni e due (lunghe) rateizzazioni sulle quali i governi italiani sono riusciti a spuntare faticosamente il via libera da Bruxelles, molte aziende hanno chiuso i battenti o cambiato la ragione sociale. Nonostante le facilitazioni (prove di condoni), complice anche la spaccatura politica con la Lega, accesa sostenitrice delle ragioni degli allevatori, la mina non è stata mai disinnescata.

Ed è riesplosa, quasi una beffa, all’indomani della conclusione del regime delle quote il 1° aprile 2015.
Dopo molti stop and go l’Agea, proprio di recente, ha ripreso l’invio delle lettere agli «splafonatori» e al 19 ottobre risultano consegnate 290 cartelle per un valore di 100 milioni. Sta inoltre per partire, nelle prossime settimane, la fase due dell’operazione-recupero, per una tranche più consistente di 700 milioni. Perchè in realtà le somme concretamente recuperabili non superano, secondo gli addetti ai lavori, 800 milioni. Ma sarebbe già un successo.

«Ci troviamo a gestire una pesante eredità del passato – ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina – figlia di scelte politiche precise. Chi oggi in campagna elettorale parla di agricoltura dovrebbe rendersi conto dei disastri provocati quando avevano responsabilità di governo». Martina, che ha rivendicato l’impegno a rafforzare la filiera zootecnica e a difendere i redditi degli allevatori, ha anche ricordato che nella legge di bilancio è stata confermata«una misura importante come la compensazione Iva per carni e latte».

La Coldiretti, da parte sua, ha denunciato «incertezze e disattenzioni del passato nel confronti dell’Europa nell’attuazione del regime delle quote latte». Per l’organizzazione agricola «si sono accumulati errori, ritardi e compiacenze che hanno danneggiato la stragrande maggioranza degli agricoltori italiani che si sono messi in regola e hanno rispettato le norme negli anni acquistando o affittando quote per un valore complessivo di 2,42 miliardi di euro».

Insomma un peso sulle spalle di pochi ma che ha comportato concorrenza sleale nei confronti della maggioranza degli allevatori onesti.

Annamaria Capparelli – Il Sole 24 Ore – 26 ottobre 2017

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