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L’editoriale del Sole 24 Ore. C’è un attacco al cibo italiano: le crociate sbagliate contro il made in Italy agroalimentare

made in italydi Mario Platero. C’è una questione strategica centrale per l’export italiano che sembra sfuggire al radar dei massimi esponenti del nostro governo. Riguarda il settore agroalimentare e gli attacchi subiti da questo nostro comparto chiave per i conti con l’estero: attacchi striscianti nel mercato americano e molto diretti in alcuni mercati europei (pensiamo ai semafori rossi britannici su nostri prodotti). E ora, in un contesto internazionale che ci riguarda direttamente, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità proporrà nuove restrizioni che colpiranno anche il nostro modo di fare gastronomia. Ci sarà un incontro chiave a New York, all’Onu il 10 e l’11 luglio. Ma ancora oggi non è possibile avere accesso al testo e alle argomentazioni di un documento che a partire dal titolo non promette bene: “Malattie non Trasmissibili”.

La questione insomma, non è solo commerciale, è ormai soprattutto politica. Quando i media americani pubblicano il simbolo della morte sull’olio d’oliva italiano, quando si attacca la qualità del Pinot Grigio, uno dei vini italiani più venduti in America, quando si descrive con ironia una visita agli impianti modello della Barilla per concludere che “la pasta è scotta”, quando, dal novembre scorso le ispezioni sul prosciutto importato dall’Italia sono diventate impossibili, la posta in gioco diventa altissima: si offre alla nostra concorrenza l’occasione per costruire nuovi attacchi, magari attraverso gruppi di attivisti che non si sa bene a quali referenti rispondano. La componente politica è ovvia: stiamo negoziando TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per creare un libero mercato transatlantico. E il dossier agroalimentare in quel negoziato, almeno per noi, è uno dei nodi centrali. Di più, l’anno prossimo ci presenteremo al mondo con Expo 2015 dedicato alla sostenibilità alimentare, ai cibi biologici, alla gastronomia, alle diete e a tutto l’indotto di un settore fondamentale per l’economia globale e per la lotta alla fame nel mondo. E questo senza contare l’impatto sull’economia: quasi 34 miliardi di euro di esportazioni nel 2013, il 2,49% del Pil, la terza voce dietro meccanica e moda, pari a circa l’8,7% delle esportazioni totali. Con un particolare. Se meccanica e moda non hanno mostrato incrementi, l’agroalimentare è cresciuto del 5.8%. E non è forse la crescita l’obiettivo strategico più importante del nostro Paese?

È dunque imperativo difendere subito, ai massimi livelli politici la nostra credibilità agroalimentare. Eppure qualche giorno fa in occasione del suo debutto a Washington, il ministro degli Esteri Federica Mogherini nel suo colloquio con il segretario di Stato John Kerry non ha parlato degli attacchi all’agroalimentare italiano. Nell’incontro coi giornalisti italiani inoltre la Mogherini non ha discusso quella strategia economica che anni fa ci era stato promesso sarebbe diventata centrale nella gestione della politica estera per promuovere esportazioni, investimenti diretti e crescita.

Cosa che ci riporta alle proposte dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ieri la Mogherini ha visto il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki Moon ma, di nuovo, non ha toccato l’argomento. La piattaforma del Palazzo di Vetro è un forte volano politico per discutere di queste tematiche, anche per chiarire gli obiettivi dell’Oms che vedono gli zuccheri sul banco degli imputati come causa primaria dell’obesità. Dopo aver già ridotto nel 2004 dal 24% al 10% il contenuto ideale di zucchero rispetto alle calorie quotidiane in entrata, il rapporto Oms dovrebbe proporre una riduzione ulteriore al 5 per cento. Si tratta di indiscrezioni, perché i documenti a poche settimane dalla conferenza del 10/11 luglio all’Onu a NewYork, restano inaccessibili. È vero che parliamo di una raccomandazione e non di una imposizione, ma, se sarà approvata, mobiliterà attivisti che metteranno in evidenza il gap fra raccomandazioni delle autorità e processi produttivi, tornando al danno di immagine per il nostro sistema agroalimentare: in questo caso lo zucchero non è solo nelle bibite, nei dolciumi o nelle caramelle, ma è anche nella pasta, nel latte, nei pomodori pelati e in molti altri prodotti agroalimentari centrali per le nostre esportazioni.

La mancaza di accesso alle argomentazioni dello studio (così ci hanno confermato fonti diplomatiche) è un problema: di quali zuccheri si parla? Saranno esclusi gli zuccheri “naturali” contenuti nella frutta? È ovvio che, come ogni eccesso, gli eccessi di consumo di zuccheri fanno male. Ed è vero che l’obesità e il diabete sono fenomeni in aumento con costi sanitari crescenti che potrebbero anche toccare i 500 miliardi di dollari l’anno. Ma la stessa Michelle Obama, impegnata in una crociata contro l’obesità chiede un approccio equilibrato. Descrive i danni impliciti nella vita sedentaria dei ragazzi «a volte per otto ore davanti a un computer», attacca la mancanza di attività sportive, la cattiva qualità del cibo nelle mense scolastiche. Ed è arrivata a dire: «Non chiedo a nessuno di togliere il divertimento dall’infanzia. Come sappiamo i dolcetti (treats) sono una delle cose più belle quando si è ragazzini. L’obiettivo deve essere quello di dare ai genitori il potere e gli strumenti per fare le scelte sane per i loro figli». Informare ed educare dunque. Del resto gli stessi produttori di dolci raccomandano consumi moderati, producono porzioni più piccole ma come la First Lady chiedono di lasciare che i “treats” restino “treats”.

Il dibattito su queste nuove regole si è già allargato al Financial Times, giorni fa Dennis Beir, professore di pediatria a Baylor si è schierato contro un approccio ideologico che demonizza gli zuccheri, essenziali, dice, per il nostro metabolismo. Manager come Paul Polman, Ceo di Unilever (il più grande produttore di gelati al mondo), Debra Sandler, capo di Mars, Indra Nooyi Ceo di Pepsi Cola hanno offerto soluzioni alternative alle regole imposte dall’alto. In America la partita mediatica in materia è in pieno svolgimento: Jon Stewart idolo televisivo del progressismo americano ne ha parlato questa settimana nel suo programma, maè anche preoccupato dal rischio di “tornare indietro” a quando si usavano ingredienti artificiali invece dello zucchero, dannosi per altro verso. Ma l’attacco frontale è partito ieri con il debutto in tutti i cinema americani di un documentario sull’obesità di Katie Couric.

E noi? Per ora pensiamo a un premio ai distributori del nostro olio in America. Eataly ha aperto giorni fa a New York un negozio Nutella per celebrare i 50 anni di uno dei prodotti italiani sotto attacco, ma che trionfa su tutti i mercati mondiali. Iniziative “commerciali” apprezzabili. Ma ora ci vuole una parallela e vigorosa azione “politica” del governo, a partire dalla Presidenza del Consiglio e della Farnesina.

Il Sole 24 Ore – 17 maggio 2014 

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