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L’embargo di Putin al cibo di Usa e Ue. Addio a spaghetti al ragù e mozzarelle, ma ora parte l’assalto ai prodotti proibiti

PROVATECI ora a farvi una cenetta italiana con spaghetti al ragù e tanto parmigiano oppure anche una semplice insalata greca con la feta. I peccati di gola più diffusi tra milioni di russi riemersi a fatica dal grigiore della dieta sovietica, diventeranno presto un ricordo.

Le contro sanzioni alimentari di Putin, che fanno tremare migliaia di aziende piccole e grandi dell’Occidente ostile, colpiscono intanto l’umore e il portafoglio dei consumatori locali. Lo vedi tra banconi e carrelli del Sedmoj Kontinent sull’Anello dei Giardini, supermercato per la classe media, impiegati, studenti, piccoli commercianti. La merce “proibita” è ancora tutta lì, ci sono i magazzini da smaltire, ma sembra già di visitare una esposizione di reperti del tempo di pace. Attraversare il settore frutta e verdura è come dare l’addio a una folla di amici in partenza: asparagi della California, pomodori italiani, pesche francesi, agrumi e frutti di bosco spagnoli, mele polacche, tedesche e, per chi poteva permettersi di spendere di più, italiane della “Val di Non”. Comprare le mele “straniere” è sempre sembrato un controsenso ai russi che sanno che la loro terra ne produrrebbe di ottime se solo venisse sfruttata a dovere come non si fa da decenni. Stessa cosa vale per le patate che ognuno coltiva a tempo perso nella propria dacia di campagna. Ma i prodotti nazionali sono comunque pochi e brutti da vedere. Il futuro, almeno quello immediato, è fatto di roba scadente e di prezzi sempre più alti. Come se non bastasse l’inflazione che, da quando è cominciata la crisi ucraina, è già salita dell’otto per cento.

Disastro pieno al banco dei latticini. Il latte fresco straniero è già scomparso. Se ne trova solo di russo. Ottimo ma a un prezzo che ha già raggiunto in una sola mattina quello dei concorrenti internazionali e che continuerà inevitabilmente a salire. La Valjo, colosso finlandese che era riuscito a imporre prezzi competitivi e a scalare le vette delle preferenze dei consumatori medi, ha deciso di ritirarsi definitivamente dal mercato russo. Anche i formaggi nazionali, sottovalutati ma limitati come quantità, dovranno affrontare da soli una crescente richiesta futura. Chi può fa le ultime scorte di Grana Padano, Roquefort e Queso Iberico. Gli altri saltano per il momento l’intero bancone dove prima trovavano formaggi ucraini e baltici a un prezzo ancora accessibile. Qualcuno mette nel carrello l’ultima confezione di mozzarella italiana o di una sua pessima imitazione tedesca. Da ora in poi si comprerà solo “Unagrande”, marca russa dal subdolo marchio in italiano, che ha già ritoccato in alto i suoi prezzi.

Va un po’ meglio nella zona dei salumi. La produzione russa è copiosa e molto diversificata. Molti russi “medio alti” preferiscono il Parma, il San Daniele, il Jamon Serrano spagnolo ma è un capriccio da viziati di cui si può fare a meno. Così come sarà più facile rinunciare al pesce fresco che arriva dalla Grecia o al salmone affumicato scozzese e norvegese, i prodotti russi sono anche migliori e la produzione dovrebbe essere all’altezza delle nuove richieste. Dove c’è invece da preoccuparsi è dalle parti dei prodotti surgelati: gamberi, crostacei, pesci sono già solamente di produzione nazionale e costano già di più dei loro concorrenti spariti in poche ore dai frigoriferi.

Situazione tutta da capire nel settore carne. I polli vengono in gran parte dagli Stati Uniti, molta carne suina dalla Germania, quella bovina più apprezzata dall’Australia. Non esistono etichette che accennano a bestiame nazionale. Massaie e intenditori confidano nelle promesse del governo di nuove importazioni da Argentina e Brasile. Intanto si compra quello che si può e si riempie il freezer.

Come stanno facendo centinaia di ristoratori “stranieri” preoccupatissimi di come continuare a offrire i loro menù. La passione russa per la cucina europea, italiana in particolare, ha creato dei veri e propri piccoli imperi economici: ristoranti esclusivi per super ricchi, ma anche catene di tavole calde a buon mercato, normali ristoranti per tutti. E gli chef che hanno fatto fortuna in tanta fame di Europa e di cibi “esotici” si chiedono come si possa fare a meno di parmigiano e mozzarella in un locale che si chiama “Pinocchio” o “Mi piace” o “Il semifreddo”. O che senso abbia un ristorante francese senza camembert, uno spagnolo senza il mitico prosciutto di montagna. Dettagli, per il momento, in una situazione internazionale gravissima che adesso i russi dopo i giorni dei proclami e delle rivendicazioni patriottiche, si preparano ad affrontare direttamente. A tavola e nei conti di casa.

Repubblica – 8 agosto 2014 

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