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L’epidemia di legionella in Lombardia. «Mai visto un caso simile al mondo». L’Istituto superiore di Sanità: zona interessata molto ampia. Mistero sulle cause

È un’epidemia unica al mondo quella lombarda. «Non sono riportati nella letteratura scientifica precedenti con caratteristiche così particolari», si rifà ai dati ufficiali Gianni Rezza, capo del dipartimento di malattie infettive ed epidemiologia all’Istituto Superiore di Sanità. Insieme ai servizi di prevenzione della Lombardia e alle agenzie per la tutela della salute di Brescia e Valpadana, segue le indagini sulle cause e le modalità di propagazione di una catena di infezioni da legionella che hanno colpito gli abitanti di 9 comuni della bassa bresciana orientale e dell’alto mantovano.

Dal 2 settembre sono stati oltre 250 gli accessi al pronto soccorso per polmonite, il sintomo più grave della legionellosi. Alla fine della scorsa settimana erano 196 le persone ancora ricoverate in ospedale, 12 hanno rifiutato e sono tornate a casa. Due i morti, uno con diagnosi confermata. Quasi tutti anziani (il 70%) o pazienti con problemi di difese immunitarie.

Ieri i casi accertati sono diventati 40 e sono destinati a salire man mano che arriva la conferma degli esami. La curva delle infezioni è però in discesa, l’epidemia pare stia cedendo dopo aver avuto la massima concentrazione tra 6 e 7 settembre secondo il bilancio del portale Epicentro. Il batterio si è dunque propagato rapidamente.

Sono indipendenti dai fatti del bresciano i casi di polmonite da legionella di Desio, definiti fisiologici dall’assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera: «Si esclude la correlazione. Ricordo che lo scorso anno nella nostra Regione la malattia ha colpito 600 persone, 60 i morti». Da anni in Italia esiste il registro nazionale della legionella, ritenuto un fenomeno sottostimato. Nel 2015 le diagnosi erano 1.570, poche di più negli anni successivi. Però oggi gli epidemiologi sono di fronte a un fenomeno anomalo. «La zona interessata è molto ampia, di solito invece si tratta di focolai ristretti — dice Rezza —. Sappiamo per certo che non c’è trasmissione da persona a persona e ipotizziamo che tutti i casi dipendano da un unico fattore ambientale che ha favorito la nebulizzazione di acqua infetta». L’inchiesta epidemiologica è in corso e ha lo scopo di trovare un’eventuale causa comune come frequentazione di ambienti lavorativi o di svago o mercatini, o ancora partecipazione a eventi pubblici. Per il momento non risulterebbe nulla di tutto questo. I contagiati prima di ammalarsi avevano frequentato luoghi diversi e lontani. I nove comuni coinvolti oltretutto sono distanti chilometri l’uno dall’altro. Il serbatoio naturale del batterio sono gli ambienti acquatici naturali (acqua dolce di laghi e fiumi) e artificiali (impianti idrici, piscine). Non si esclude possa essersi verificato un cambiamento climatico improvviso.

L’infezione si prende per via respiratoria mediante l’inalazione di goccioline o particelle che contengono il microrganismo. Ma qual è stata la sorgente? L’indagine ha escluso la responsabilità della rete dell’acqua potabile. I detective sono ora concentrati sulle torri di raffreddamento degli impianti industriali della zona. Il report segnala che «tutti i Comuni interessati sono situati vicino al fiume Chiese».

C’è molta attesa per i risultati delle analisi sui campioni ambientali prelevati in tutto il territorio nelle scorse settimane. Il peggio è passato. In serata Gallera ha annunciato conclusa la fase critica: «Entriamo in una fase in cui il numero degli accessi al pronto soccorso risulta costante». Il mistero resta.

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