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L’etichetta della mela per vero cibo italiano. «Così raddoppieremo l’export»

«Un’etichetta con una mela tricolore e tre regole semplici che garantiscano il vero cibo italiano. Ecco come possiamo raddoppiare l’export di alimenti e vino di qualità». Oscar Farinetti, patron di Eataly, ha chiamato a raccolta 300 produttori di vino e cibo, i protagonisti del made in Italy a tavola e del record storico nel 2011 di 30 miliardi di euro esportati.

Toccherà a lui e ad Angelo Gaja, il più noto al mondo tra i vignaioli italiani, spiegare oggi al ministro dell’Agricoltura Mario Catania che le nostre cantine e aziende agricole «hanno bisogno di poche norme chiare e precise per conquistare i mercati».

Oscar Farinetti è nel suo nuovo regno romano di Eataly, aperto meno di sei mesi e già decollato, come quello di New York, diventato il terzo luogo più visitato della città, con 80 milioni di dollari di prodotti italiani venduti (12 milioni solo di vino tricolore). Alle sue spalle i ritratti di Gaio Sempronio Gracco, il tribuno della plebe che distribuì il grano a prezzo calmierato, e di Marco Gavio Apicio, chef e gastronomo dell’antichità. Sul tavolo un pacchetto di Super, una serie di caffè, e i dossier delle nuove aperture: Chicago, Istambul, Milano e Firenze. Il convegno (alle 17.30 nel palazzo di Eataly dell’Ostiense), ha per titolo «Semplifichiamo l’Italia, cominciando dal vino». È la base di un patto con il ministro Catania, una sorta di macro-disciplinare dell’agricoltura per battere i falsari del made in Italy, un’industria che a colpi di Parmesan e finto Barolo in polvere fattura fino a 90 miliardi di euro l’anno.

Ecco il piano pro-export del «mercante» Farinetti. «Ci siamo occupati finora di fare i poliziotti anti Parmesan. Dobbiamo invece assoldare i cittadini del mondo. Far distinguere a loro il cibo falso e il nostro buono, pulito e giusto, per usare la definizione di Carlo Petrini di Slow Food. Quanto al buono ci siamo già, i cibi italiani sono i migliori del mondo. I prossimi dieci anni saranno quelli del pulito e giusto. E non del biologico, un concetto confuso e farmaceutico che non piace a noi gourmet. Dobbiamo cavalcare per primi il concetto del pulito, così spiazzamo i francesi».

Ma cosa sono un formaggio o un vino pulito? «Il pulito è no ogm, no concimi chimici, no diserbanti. Penso a un unico grande disciplinare dell’agricoltura del cibo vero italiano», spiega Farinetti. «Chi lo rispetta metterà una mela tricolore sui prodotti. Così indicherà il rispetto delle tre regole per bandire manipolazioni genetiche e sostanze che contaminano quello che mangiamo. Ho pronto un manifesto per spiegare perché diciamo no agli ogm in agricoltura: sette motivi etici, morali. Ma il più importante è che conviene. Pensa se fossimo la prima nazione al mondo a dichiararsi no ogm. Diventeremmo, sul cibo, come la Svizzera neutrale».

Ma è possibile eliminare tutta la chimica in agricoltura? «Sì, possiamo smettere subito di usare i diserbanti per coltivare frutta, verdura e viti. Lo si può fare anche per i cereali: mi dicono che si produce il 20 per cento in meno. Certo ma possiamo raddoppiare il prezzo. Perfetto».

L’idea della mela tricolore e «prodotto italiano vero» arriva sulla scia del marchio già adottato del «Vino libero» da Farinetti. «E di altri slogan storici del nostro marketing – ricorda il patron di Eataly —. Pura lana vergine o Vero cuoio italiano, ad esempio».

Grazie alla mela tricolore, pensa Farinetti, «i consumatori sapranno subito di poter acquistare qualità certificata magari dal ministero dell’Agricoltura. «Per ogni settore aggiungiamo una ulteriore regola, con uno slogan accanto alla mela. Per il vino: contiene meno del 50% dei solfiti consentiti. Per il formaggio: solo latte italiano. Per l’olio: solo olive italiane. Per i salumi: solo da suini nati e allevati in Italia. E così via».

E il vino, con un export di 4,4 miliardi? «Possiamo fare molto di più. Sono entrato da poco in questo mondo — racconta Farinetti — quindi noto di più gli aspetti peggiori. Come la burocrazia. Ci sono 12 enti diversi che controllano il mondo del vino. In Francia solo 3. Secondo tema: le uve vengono pagate poco al contadino. Terzo: l’estremismo sulla biodiversità: abbiamo 520 prodotti diversi indicati tra Doc, Dogc e Igt nel vino e Dop e Igp negli alimenti. C’è un paese nell’Astigiano che fa Barbera. Hanno ottenuto l’Igp. Così il nome diventa Barbera di Cisterna. Fa ridere, incomparabile».

Luciano Ferraro – Corrire della Sera – 23 novembre 2012

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