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«Brutta storia collegata commercio illegale cavalli sportivi non-macellabili»

La vicenda delle lasagne condite con carne di cavallo anziché carne bovina non è una semplice frode commerciale. Gli arresti in Inghilterra e i provvedimenti adottati in Francia contro alcune aziende fanno pensare a una storia molto seria che le autorità fanno fatica ad ammettere.

Riscontri positivi sono stati rilevati in Germania, Irlanda, Norvegia e Svizzera. Il fatto alimentare prova a raccontarvi cosa si nasconde dietro le lasagne di cavallo inglesi della Findus.

Il primo elemento che insospettisce in questa storia è la decisione della Food Standard Agency di condurre un esame approfondito sulle carcasse di cavalli macellati, alla ricerca di sostanze estranee alla catena alimentare. Secondo quanto riferisce il Guardian le analisi hanno evidenziato otto casi di positività al Fenilbutazone, un medicinale veterinario con funzione antidolorifica e antinfiammatoria somministrato spesso ai cavalli sportivi.

L’altra notizia è la decisione presa mercoledì 13 febbraio dalla Commissione europea, di invitare tutti gli Stati membri ad eseguire test del DNA nei prodotti alimentari che contengono carne bovina come ingrediente per verificare l’assenza di carne di cavallo. Le analisi dovranno essere condotte in marzo e i risultati saranno resi noti in aprile.

Il terzo fatto è un comunicato dell’Efsa datato 11 febbraio che evidenzia il problema della falsa etichettatura dei prodotti contenenti carne di cavallo, e l’assenza di tracciabilità di questa carne, anche se non rileva “sino ad ora”problemi di sicurezza alimentare.

Questi elementi lasciano intuire l’ipotesi che la carne di cavallo nelle lasagne provenga da cavalli non destinati alla produzione alimentare. Si tratta di animali da corsa, trotto o utilizzati come animali da compagnia appartenenti a privati cittadini che arrivati a fine carriera vengono macellati in modo fraudolento per essere inseriti sempre in modo fraudolento nel circuito della carne di cavallo alimentare.

Prima di andare avanti bisogna dire che per i cavalli esiste un doppio circuito. Il primo comprende animali da reddito (classificati dagli addetti ai lavori come “dpa” ovvero destinati alla produzione alimentare), allevati per essere macellati sottoposti a regole precise (una dieta composta solo da alcuni mangimi, cure solo con alcuni farmaci, rispetto dei tempi di sospensione prima della macellazione per metabolizzare eventuali medicinali, una scheda di filiera per registrano tutti i trattamenti veterinari e i vari spostamenti effettuati dalla nascita al macello proprio come avviene per i bovini). In Italia ogni anno si macellano 6.000 cavalli provenienti da questi allevamenti destinati a trasformarsi in bistecche ( si tratta di una cifra pari al 10 % circa di tutti i capi macellati ).

Esistono poi 800mila cavalli sportivi che possono essere allevati in due modi. Il primo gruppo comprende quelli che rispettano le regole alimentari, classificati come destinati alla produzione alimentare (dpa). Sono il 40% circa e a fine carriera finiscono nei macelli per essere trasformati in bistecche. In Italia se ne macellano 35.000 capi all’anno, la restante quota proviene da altri Paesi europei. I cavalli sportivi non destinati alla produzione alimentare e classificati come non dpa, sono la maggioranza (oltre il 60%) e vengono trattati spesso con antinfiammatori e antibiotici necessari per curare le patologie tipiche da sforzo.

La legge europea è severa e il cavallo sportivo non-DPA quando va in pensione a fine carriera (all’età di 8-9 anni) oltre a non poter essere macellato non può essere abbattuto. E’ vietato dal codice penale e dal 2006 le pene sono state inasprite. Per legge la carne non può essere utilizzata nemmeno come mangime per cani o gatti. L’unica soluzione per il proprietario è mantenere l’animale fino alla morte (almeno 8-10 anni) con costi molto elevati sia per il vitto e l’alloggio. Il cavalli “in pensione” sono tanti, quelli riciclati in maneggi e altre strutture sportive sono pochissimi.

In questa situazione i proprietari degli animali hanno due possibilità: mantenere un cavallo che non fa niente fino alla morte e sobbarcarsi poi anche le spese di “incenerimento“ quando muore, oppure trovare soluzioni più facili anche se illegali. La strada più conveniente è cedere l’animale ad un macello clandestino, oppure riuscire a trasformare il cavallo non dpa in animale da reddito con documenti falsi, e avviarlo nei macelli per venderlo e inserire carne probabilmente contaminata da farmaci vietati nel circuito alimentare. In Europa i controlli non sono così ricorrenti, le pene non sono così severe e il guadagno è interessante. Diventa quindi probabile la commercializzazione di questa carne in modo fraudolento, mischiandola a carne di bovini.

La decisione di Bruxelles di invitare gli Stati a ricercare nella carne di cavallo tracce di fenilbutazone è legato proprio al forte sospetto di inserimento di carne di cavalli non dpa nel circuito alimentare. L’Italia dovrà effettuare 500 test di questo tipo perché noi consumiamo e macelliamo molta carne di cavallo fresca, e 200 per la ricerca del DNA di cavallo in preparati a base di carne. Al Ministero della salute non sono per niente contenti, perché le analisi costano 400 euro l’una e l’UE ne rimborsa il 75%. La posizione è chiara, il nostro servizio veterinario funziona e le carni italiane di cavallo provengono da allevamenti regolari o da circuito dpa, perché dobbiamo sobbarcarsi le spese degli animali che arrivano dalla Francia, dalla Polonia e da altri Paesi per essere macellati da noi? Spetta a questi Paesi garantire che gli animali siano sani e provengono solo dal circuito dei cavalli sportivi dpa. In veterinari che operano in altri Paesi sono pochi rispetto a quelli italiani e i controlli nella filiera del cavallo non sono così diffusi.

«Il problema – sostiene Daria Scarciglia, avvocato esperto di legislazione sanitaria – non è di facile soluzioni. L’Unione Europea dovrebbe disciplinare la sorte dei cavalli non-dpa a fine carriera sportiva in tutti gli Stati membri, in modo da regolamentarne l’impiego in altre attività laddove possibile, oppure l’abbattimento. C’è un altro elemento da regolamentare ed è l’estensione delle regole di tracciabilità dei farmaci utilizzati per i cavalli dpa anche agli animali sportivi non-dpa, per evitare facile confusione. Le norme europee sull’identificazione dei cavalli prevedono solo il censimento degli animali, non la registrazione in una banca dati di tutte le informazioni relative ai trattamenti medici o agli spostamenti. Si tratta di una carenza che rende difficili e lacunosi anche i controlli. In mancanza di norme chiare ed univoche, i singoli Stati hanno pochi strumenti per controllare il mercato. Siamo di fronte a uno scandalo che ha fatto emergere problematiche legate sia alla tutela della salute umana che alla tutela del benessere animale».

 Roberto La Pira – Il Fatto alimentare – 16 febbraio 2013

 

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