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«I project spolpano il bilancio del Veneto». L’avvocato Massimo Malvestio: il denaro costa meno se preso a prestito dalla Banca europea

Nel novembre 2010, in un forum sul Mattino di Padova, Piergiorgio Baita definì lo strumento del project «l’antibiotico delle opere pubbliche», da prendere «sotto controllo dell’amministrazione pubblica». Dall’altra parte del tavolo lo contraddiceva l’avvocato Massimo Malvestio, che per tempo denunciava i «projetc relazionali» dove il bando di gara era scritto direttamente dai concessionari.

Così è stato: oggi Piergiorgio Baita, artefice e carnefice dei project, coltiva pomodori nel giardino di casa, pronto a rimettersi in campo. L’inascoltato Malvestio, invece, fa il Cincinnato nell’isola di Malta, dove lo raggiungiamo telefonicamente.

A distanza di quattro anni «l’antibiotico», somministrato in dosi massicce, sta facendo morire il paziente. Centro protonico (causa da cento milioni di euro), nuovo ospedale di Padova ovest (156 milioni di richiesta danni), metropolitana di superficie (30 milioni di danni da pagare): l’assedio alle casse regionali sembra concentrico.

«La situazione venutasi a creare anche con i project, realizzati o mancati, sta mettendo seriamente a rischio i conti, stanno spolpando il bilancio della Regione. Perché i canoni, remunerati a doppia cifra, sottraggono risorse agli investimenti».

Sulla vicenda del nuovo ospedale di Padova c’è una causa da 156 milioni di euro.

«Finanza e progetti ha le sue ragioni, perché la pubblica amministrazione deve essere in grado di rispondere sì o no nei tempi previsti, senza tirarla per le lunghe».

Perché i project non hanno funzionato?

«La mia tesi è sempre stata quella che il project sia una forma residuale di finanziamento delle opere pubbliche, ma dove dev’essere molto chiaro il rischio d’impresa»

Nel Veneto ne sono stati realizzati una decina: ospedali e infrastrutture. Tutti sbagliati?

«I progetti di finanza realizzati nel Veneto non hanno praticamente rischio d’impresa, perché il pubblico ci mette del suo. Erano project a rischio garantito. Ma così son buoni tutti»

É un sistema da riformare?

«Lo strumento in sè è valido, nel mondo anglossassone è usato da molti anni con norme trasparenti e regole chiare. In Veneto no, c’è stata un’interpretazione distorta dello strumento».

I concessionari scrivono i bandi di gara ai quali loro stessi, spesso da soli, concorrono: non è così?

«In Italia esiste un capitalismo di relazione, dove succedono anche queste cose. Poi va detto che nella pubblica amministrazione c’è una carenza di professionalità in grado di gestire questo genere di procedure».

Quali i punti più spinosi dei progetti di finanza veneti?

«La distorsione è legata a gestioni a lungo termine, in cui le condizioni possono mutare sensibilmente; i costi finanziari molto alti; e un margine di discrezionalità troppo alto»

Come andavano usati?

«Il project può essere usatoper realizzare infrastrutture che rispondono a servizi a domanda individuale: il Comune che vuol fare la piscina con il privato che scommette sugli incassi dagli utenti. Regole chiare e rischio d’impresa. Se non sei bravo a far fruttare l’impianto, chiudi».

In un tempo di risorse calante come finanziare le infrastrutture?

«Al Veneto servono l’Alta Velocità, una razionale rete ospedaliera, la banda larga. La Regione catturi i finanziamenti della Bei, la banca europea degli investimenti, con tassi altamente più favorevoli che i progetti che ha fatto. C’è un nuovo ospedale da realizzare al posto di tre? Lo faccia la Regione, andando a prendere i soldi direttamente alla Bei: costa sicuramente meno che mettere in piedi l’ennesimo project».

Quali sono i più scandalosi?

«I project del centro protonico e quello dell’Ospedale di Mestre davano rendimenti a doppia cifra, quando adesso il denaro costa meno dell’uno del cento. Mi dicono che l’ampliamento del pronto soccorso di Mestre sta costando quattromila euro al metro quadro, vi pare?»

Lo strumento del project avrà un futuro?

«Credo di no, se lo avrà bisognerà stare bene attenti, visto quel che è accaduto».

Il Mattino di Padova – 26 ottobre 2014

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