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Liberalizzazioni: i «no» di Regioni, province e comuni. Gli emendamenti

Tesoreria unica, orari dei negozi, servizi pubblici locali, farmacie. E ancora: distribuzione dei carburanti, Authority dei trasporti, edilizia, Iva sull’housing sociale, patto di stabilità interno.

I sindaci e le province bocciano il decreto sulle liberalizzazioni. E i governatori per il momento sospendono il giudizio, condizionandolo all’apertura di un tavolo col Governo e, soprattutto, all’accoglimento di un corposo pacchetto di emendamenti che hanno già messo a punto. Altrimenti sarà un altro «no» secco.

Il round di ieri in Conferenza unificata con enti locali e Regioni sul decreto liberalizzazioni e concorrenza non è esattamente filato liscio per il Governo. «Le Regioni sono favorevoli a un efficace processo di liberalizzazioni nell’interesse del Paese», ha spiegato il rappresentante dei governatori Vasco Errani (Emilia Romagna, Pd), aggiungendo però che «serve un confronto di merito» su tutti i nodi sottolineati dalle Regioni. Mentre dall’Anci (Comuni), il presidente Graziano Delrio rincarava la dose: un testo «confuso», che «ci porta indietro di dieci anni», che «lede l’autonomia degli enti locali» e che «soprattutto non garantisce servizi migliori a costi ridotti ai cittadini». Naturalmente in cima alla lista dei «no» ci sono la tagliola per le aziende speciali dei comuni, le authority nazionali, la tesoreria unica. Ma non solo. Risultato: per i sindaci è «parere non positivo». Come «negativo» è per le Province.

Anche per i governatori, ha spiegato Renata Polverini (Lazio, Pdl), il capitolo della tesoreria unica rappresenta una delle «questioni inaccettabili» che vanno risolte. Ma gli emendamenti già elaborati dalle Regioni – che saranno fatti depositare in Senato dai partiti e dai singoli senatori che se ne faranno carico – spaziano per gran parte del testo del decreto, con sottolineature negative soprattutto per le parti che ledono i poteri e l’autonomia regolamentare regionale. E naturalmente gli interessi «core» regionali. Non senza una stoccata: la «scarsa incisività» in «settori chiave» come le banche e le assicurazioni.

Ecco così che anche su alcune delle parti più calde del decreto, le Regioni non mancano di chiedere ampi ritocchi. Come sulle farmacie: si chiede un anno (non 4 mesi) per ridisegnare la mappa delle nuove farmacie e altri 4 mesi (non 30 giorni) per bandire i concorsi. Naturalmente cancellando il commissariamento regionale se i concorsi non si faranno e anche i tagli ai fondi sanitari integrativi.

IL TESTO DELLA PREMESSA E DELLE RICHIESTE DELLE REGIONI SULLE FARMACIE

IL TESTO DEL DECRETO 1/2012 PUBBLICATO IN GAZZETTA

Trattativa sui numeri con i farmacisti

Una frenata sull’apertura di nuove farmacie e paletti all’ingresso di nuovi esercizi anche nei grandi centri commerciali, negli aeroporti internazionali o sulle autostrade. Grandi lavori in corso intorno al capitolo delle liberalizzazioni dedicato alle farmacie. Con un “paragrafo” decisivo, quello che poi darebbe un senso stretto alle liberalizzazioni, ancora in sospeso: l’allargamento della vendita dei farmaci C anche fuori farmacia, che per le parafarmacie, sponsorizzate soprattutto dal Pd, rappresenta la partita essenziale.

Mercoledì il sospirato incontro col ministro della salute, Renato Balduzzi, ieri l’audizione in commissione Bilancio e poi una conferenza stampa: i farmacisti titolari di Federfarma sono sul filo di lana e lanciano le ultime richieste ai partiti e al Governo. «È possibile che ci siano aggiustamenti ragionevoli che consentano di mantenere l’obiettivo di dare apertura e respiro a un settore di cui riconosciamo la specificità», ha detto Balduzzi all’Ansa senza peraltro entrare nel merito delle modifiche allo studio.
Federfarma ha accolto le caute aperture di Balduzzi con altrettanta cautela.

Lo stato di agitazione resta sul tavolo. Come sul tavolo resta il no all’apertura di nuove sedi nella quantità temuta dai titolari di farmacia: 5mila in più secondo il Governo, 7mila o addirittura 9mila per Federfarma. Alla quale ne basterebbero solo 3mila in più, incluse quelle fuori quorum negli aeroporti internazionali, nei grandi centri commerciali, lungo le autostrade, vicino alle stazioni. Insomma, il 10-15% in più rispetto ad oggi, ha ribadito la presidente di Federfarma, Annarosa Racca.

Le consultazioni verso i partiti sono all’ordine del giorno, in vista degli emendamenti al decreto legge, che vanno depositati entro giovedì prossimo 9 febbraio. Ecco così che spuntano le prime ipotesi: a partire dall’abbassamento del quorum da 3mila abitanti, come prevede il provvedimento, a 3.300 abitanti circa. Una mediazione, rispetto al quorum a 3.500 abitanti che piacerebbe a Federfarma. Che giudica incostituzionali anche le norme che impongono l’obbligo di avere più dipendenti negli esercizi che fatturano di più. Una delle chiavi pro-occupazione introdotta dal Governo.

Se le farmacie scalpitano, le parafarmacie non stanno certo a guardare. In attesa anche loro di essere incontrate dal Governo e oggi di essere ascoltate al Senato. Con un problema di fondo, per loro essenziale: poter vendere i farmaci C con ricetta pagati dai cittadini. Col decreto di dicembre hanno perso, ma ora rilanciano. E le associazioni dei consumatori li sostengono. Ma decidono i partiti.

Roberto Turno – Il Sole 24 Ore – 3 febbraio 2012

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