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Liberi dal Fisco solo dal 21 giugno. Si lavora 171 giorni all’anno solo per pagare le imposte

Il Corriere della Sera. Il Paradiso fiscale? Deve attendere, purtroppo. Nel 2019 tutti dovremo lavorare un giorno in più per pagare le imposte e i contributi.

Una sala d’attesa lunga, lunghissima: 171 giorni nel caso di un impiegato con un buon stipendio (51.073 euro) che si affrancherà dal giogo delle tasse solo il 21 giugno, mentre l’anno scorso la liberazione fiscale arrivava 24 ore prima. L’indagine, realizzata assieme all’ufficio studi della Cgia di Mestre, sarà l’oggetto dell’inchiesta de «L’Economia» in edicola domani gratuitamente con il «Corriere della Sera». L’elaborazione calcola, non solo il peso dell’Irpef, dei contributi Inps, delle imposte locali ma anche le tasse indirette. In realtà si tratta di un’attesa attiva.

Se vogliamo calcolarla su base giornaliera, allora, si può dire che, ogni giorno, lavoriamo 115 minuti per pagare l’Irpef, 44 per i contributi. Iva e accise assorbono 45 minuti, la durata di un tempo di una partita di calcio. Tasse locali e altre mini imposte si portano via 21 minuti. In pratica dalle 9 alle 12,45 lavoriamo solo per l’Erario. E solo dalle 12.46 per la nostra famiglia. Il tutto per una pressione tributaria che sfiora il 47%. E senza importanti correttivi alla curva dell’Irpef — come la flat tax, la tassa piatta ora introdotta per le partite Iva fino a 65 mila euro, o una riduzione delle aliquote — il Tax Freedom Day è destinato a slittare inesorabilmente in avanti.

Insomma lo scollamento tra pubblico e privato non migliora. Ed è anche al centro dell’intervento di Ferruccio de Bortoli che analizza «il dividendo dell’antipatia». In un mondo in cui multinazionali e fondi diventano sempre più forti, fino a contare più dei singoli Stati, la fiducia nel sistema industriale è crollata a causa di top manager da stipendi stellari e hedge fund voraci. Adesso i cittadini, i veri stakeholder, chiedono un capitalismo consapevole. E ancora: rapporti tra pubblico e privato anche in tema di riassetto del credito italiano. È forse tempo di una Nazionalbanca? Il nostro sistema creditizio è scosso di nuovo, dopo i passati terremoti, dalle vicende che riguardano Mps, Carige e poi chissà. Entro giugno va trovata una soluzione per Monte dei Paschi di Siena, mentre Genova è «garantita» dalla mossa del governo. Ma ora le richieste della Banca centrale europea sugli Npl, non performing loans, i cosiddetti crediti a rischio, aprono un nuovo fronte e si fa strada la tentazione di un terzo polo creditizio che affianchi i colossi Unicredit e IntesaSanpaolo.

Lo scenario italiano è solo la punta dell’iceberg di un panorama mondiale in cui il debito continua a dilagare. Tra pubblico e privato l’aumento del debito nell’ultimo decennio è stato di circa 73 mila miliardi, pari al 35% del Prodotto interno lordo globale. Gli interventi degli Istituti centrali hanno generato una crescita della liquidità di 25 mila miliardi. . Se ne parla ancora poco, ma il ritorno alla situazione precedente alla crisi del 2008 è la sfida del nostro tempo. Riusciremo in qualche modo a vincerla? La sfida del futuro riguarda anche la sanità e il mondo delle farmacie: Stefano Pessina, che insieme a Ornella Barra ha costruito l’impero Walgreen Boots Alliance, spiega l’evoluzione hi tech delle farmacie. «La tecnologia – spiega Pessina- può trasformarle in hub della salute in grado di prevenire i bisogni del cliente. Possiamo far concorrenza ad Amazon: in Usa la nostra diffusione è capillare».

 

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