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L’inattività forzata imposta al lavoratore costa cara al datore

Il danno non patrimoniale si configura tutte le volte che la condotta illecita del datore abbia violato i diritti della persona del dipendente. Al giudice di merito la valutazione in concreto dei pregiudizi, fermo restando il caposaldo del divieto di svilire il lavoratore privandolo dei suoi compiti. Lo ricorda nella sentenza n. 7963/12 la Cassazione Civile.

Il lavoratore ha avuto rallentamento di carriera? Con sentenza della Corte d’Appello di Roma, un uomo è costretto a restituire alla società presso cui è dipendente un somma di denaro. È stato invero appurato – avendo la prova testimoniale dimostrato lo stato di inattività del soggetto – il demansionamento; viceversa non appare specificamente dedotto il danno per il quale, in giudizio di prima istanza, la società ha dovuto pagare la somma in via equitativa. Ad avviso del giudice di seconde cure, il mancato esercizio dell’attività professionale non configura di per sé alcun danno risarcibile: questo presuppone in concreto la prova dell’avvenuto impoverimento del patrimonio cognitivo tecnico-pratico del subordinato oppure della perdita di tangibili occasioni di promozione.

La sacralità del lavoro quotidiano. L’uomo però ricorre per cassazione con fondati motivi. In base a criteri giurisprudenziali consolidati, la Suprema Corte ricorda come – ex art. 2103 c.c. – il lavoratore abbia il diritto a non esser lasciato in condizioni di forzata inattività e senza compiti assegnati; infatti a prescindere dal guadagno: la sua attività apporta benefici economici ed è mezzo di estrinsecazione della personalità. Il datore che abbia relegato il dipendente a mansioni inferiori, per evitare addebiti di personalità, deve dimostrare che la privazione delle funzioni sia dipesa da fattori oggettivi estranei alla volontà e legati alla generale contrazione delle attività imprenditoriali (Cass. n. 17564/06). La Corte d’Appello non si è attenuta ai suddetti principi ove ha escluso categoricamente che la forzata inattività – conclamata – possa essere fonte di danno. I precedenti di «demansionamento professionale», in senso proprio, presuppongono l’adibizione del lavoratore a mansioni inferiori e, comunque, lo svolgimento di una qualche attività. Si tratta, come evidente, di una fattispecie diversa da quella presa in esame, contraddistinta da forzata inattività.

Il danno non patrimoniale è configurabile ogniqualvolta la condotta illecita del datore violi, in modo grave, i diritti della persona del subordinato, concretizzando un vulnus a interessi di rango costituzionale (artt. 32 e 37 Cost.); questi ultimi vanno appurati nel merito caso per caso, essendo impossibile una regolazione ex ante a norma di legge. Il giudice, senza duplicare il risarcimento, dovrà discriminare i meri pregiudizi (disagi o lesioni privi di gravità, quindi non risarcibili) dai danni che vanno risarciti, mediante una valutazione congrua. La Corte romana non si è neppure conformata all’indirizzo per cui, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola del risarcimento come totale liquidazione del danno subito impone di tener conto di un quadro completo dei pregiudizi patiti. Anche il danno esistenziale, ergo, rientra nel novero di integrale riparazione secondo la personalizzazione del danno e la relativa disamina della particolarità dell’episodio concreto.

La Stampa – 16 agosto 2012

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