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L’infettivologo Bassetti: «Troppa confusione su rischi reali e contromisure. Mortalità non lontano dalla suina»

Il Sole 24 Ore. Lo scontro a cui abbiamo assistito nel weekend tra i virologi spaventa e crea confusione. Ma se stiamo ai dati scientifici allora la comunità scientifica si compatta, come ha precisato lo scorso sabato anche l’Oms: «Più dell’80% dei contagiati ha una malattia lieve e guarisce, l’altro 20% ha bisogno di cure intensive. Solo nel 2% dei casi segnalati il coronavirus è fatale e il rischio di morte aumenta con l’avanzare dell’età del paziente e con le condizioni di salute sottostanti». E i decessi avvenuti in Italia sono in linea con le evidenze dell’Oms, hanno infatti riguardato soltanto persone con un quadro clinico già compromesso dall’età o da altre patologie pregresse. In sintesi, dunque, niente allarmismi, come ci conferma al telefono Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova e presidente della Sita (Società italiana di terapia anti-infettiva) che aggiunge «Sono arrivato all’areoporto di Fiumicino e sono tutti con la mascherina chirurgica… che non serve assolutamente a niente». Parliamo delle misure prese da prendere allora. «Per quanto riguarda le misure, c’è un po’ di discordanza. Io parlo da medico, e sono d’accordo sull’isolamento domiciliare, volontario o coatto, ma è sbagliato perlare di quarantena, perchè si tratta di 14 giorni. La cerchia che è venuta a contatto con un caso certo, va evidenziata e isolata per 14 giorni e monitorata per l’evoluzione dei sintomi».

Un altro tema che ha creato confusione riguarda la terapia. «Non è vero che non abbiamo armi farmacologiche, ci sono una serie di farmaci usati dai colleghi cinesi che vengono usati per altre infezioni, come l’hiv, la malaria e l’ebola che funzionano anche contro questo virus. Sono indicazioni off label, certo, ma che in caso di emergenza si possono somministrare». Quindi abbiamo a che fare con un virus che non è letale, ma si diffonde facilmente, quindi più contagi più eventuali casi gravi che possono mandare in tilt il sistema sanitario. «Ogni anno quando affrontiamo l’epidemia influenzale abbiamo molteplici casi che finiscono in rianimazione ma a parte i medici, nessuno lo sa o lo scrive… continua Bassetti – La percezione che la popolazione ha sull’influenza è profondamente sbagliata, è un luogo comune pensare che non dia problemi, ma non è così». Ci sta dicendo che le percezioni sbagliate fanno più danni dei virus? «Le rispondo con una domanda: i due pazienti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma avevano viaggiato in Italia, facendo diverse tappe, non mi ricordo che ci siano stati screening a tappeto come a Codogno. Non solo. Anche per la suina (H1N1) non c’era stata questa mobilitazione eppure ha determinato 250mila morti nel mondo, un numero 150 volte più alto del Sars-CoV-2. Come se ci fosse una serie A e una serie B anche per i virus. Il tasso di letalità di H1N1 varia tra lo 0,01 e l’1%, in base al sistema sanitario in cui ci troviamo; la forbice per questo coronavirus è un po’ più alta, tra lo 0,4 e il 3%, la mediana è intorno all’1%, non così diversa rispetto alla suina». Ma tutti questi casi in Italia rispetto agli altri Paesi Ue ha sicuramente contribuito ad alzare l’asticella. «Abbiamo cambiato completamente le modalità di rilevazione e stiamo cercando i casi più attivamente di altri. Non so se in Germania,che ha avuto 16 casi in Baviera, hanno fatto la stessa cosa». «Credo – conclude Bassetti – che sul coronavirus bisognerà fare una ricerca proattiva nei casi di polmonite senza spiegazione, non solo in Italia, ma anche in Europa. E poiche è un virus con cui conviveremo, dovremo inserirlo come è successo per altri patogeni, nell’ambito del prossimo workup diagnostico».

 

Francesca Cerati

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