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L’intervento. Lo scatto che serve alla Sanità. La strategia post Covid 19 e il diritto alla salute

Siamo stati i primi ad essere colpiti dalla pandemia da Covid 19 tra i Paesi occidentali. I primi a stabilire il lockdown in un Paese democratico. I primi in Occidente a pagare un alto prezzo di sofferenza e morte. E abbiamo fatto da battistrada. Se non avessimo disinvestito in sanità negli anni, saremmo riusciti a ridurre i danni di questa pandemia. È ora di dare un cambio radicale.
I risultati della lotta al virus non sono stati pari a quelli di un Paese come la Germania. Dobbiamo interrogarci sul perché. Mi soffermo solo su due aspetti. Primo. L’Italia a differenza della Germania ha dovuto combattere il virus con un sistema sanitario reso vulnerabile dai pesanti tagli del periodo precedente. I numeri sono eloquenti.
La sanità pubblica in Italia pesa per un 6,5% del Pil, sapete in Germania? Per il 9,5%, e così anche in Francia.
Ma non basta. L’Italia impiega l’1,2% del Pil in assistenza territoriale, la Germania più del doppio, il 2,9%. L’Italia dispone di 58 infermieri ogni 10 mila abitanti, circa la metà di quelli di Germania e Francia. Sono molti di meno i medici e anche i più anziani d’Europa. Inoltre, abbiamo meno della metà dei posti letto della Germania. Non basta. La spesa per investimenti delle Aziende sanitarie è stata fortemente ridotta, con il risultato di una forte obsolescenza delle strutture e delle apparecchiature.
Secondo. La Germania è intervenuta tempestivamente, come noi nel Mezzogiorno, anche perché ha potuto fare tesoro della nostra esperienza di Paese democratico che pubblicizza con trasparenza i dati e le informazioni sanitarie veritiere, anche a costo di pesanti conseguenze economiche e di immagine. Noi non abbiamo avuto questa possibilità.
Come dice il direttore dello Spallanzani Giuseppe Ippolito: «La pandemia del 2020 non è inaspettata, né è un cigno nero. Forse — più semplicemente — non eravamo pronti, anche se potevamo esserlo». Di errori ne sono stati commessi anche tanti, alcuni con conseguenze assai dolorose, ma è indubbio che siamo un Paese di eccellenza per quanto riguarda il nostro personale sanitario, perché, nonostante la scarsità di risorse investite in sanità a confronto con altri Paesi europei, siamo riusciti a far fronte a una situazione drammatica, pur avendo un modello di più frequenti relazioni sociali intergenerazionali che non ci ha favorito rispetto a Paesi come la Germania. Siamo stati non poco sfortunati visto che il contagio è arrivato in Lombardia per prima, regione con livelli di mobilità elevati e quindi territorio ideale per la diffusione del virus.
Ora bisogna dare una inversione di tendenza netta, investendo seriamente nella sanità pubblica, colmando il gap con la Germania, dotandoci di una strategia che punti sulla sanità territoriale, che metta al centro il cittadino nella prevenzione, cura e riabilitazione, che potenzi anche le strutture ospedaliere, che garantisca una adeguata integrazione dei servizi sociosanitari.
E dobbiamo farlo, anche modernizzando il nostro sistema di erogazione dei servizi al cittadino, attraverso un Digital Health System moderno ed efficiente che garantisca telemedicina, teleconsulto per tutti.
Abbiamo bisogno di una sanità proattiva. La tecnologia oggi consente di sviluppare una rappresentazione virtuale del cittadino, e del suo stato di salute, che può interagire in modo intelligente, ed in tempo reale, con tutte le componenti di un ecosistema sociosanitario in un’ottica virtualizzata, distribuita e connessa.
Dobbiamo innovare profondamente l’organizzazione e i processi del sistema e investire sul capitale umano presente, che tanto ha dato, e futuro.
È una strategia complessa quella che va approntata. Se sapremo essere audaci, tempestivi, moderni, potremo uscire da questa terribile esperienza, compiendo un grande balzo nel rendere esigibile per tutti il diritto alla salute, e nel garantire ai cittadini una sanità sicura.
Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat
Repubblica

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