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L’intervento. Pensioni, perché la controriforma del governo penalizza le fasce più deboli. Si rischia di accontentare solo poche persone e di lasciare sul campo molte vittime

di Vincenzo Galasso. Eliminare la riforma Fornero è diventato uno degli slogan più popolari degli ultimi anni. Evocato in campagna elettorale, aveva il suono sinistro del “liberi tutti”. Ovvero, tutti in pensione prima, senza riduzione dei benefici previdenziali. Ma soprattutto eliminazione dell’odioso meccanismo che lega l’età di pensionamento all’andamento della speranza di vita. Una promessa tuttavia dai costi proibitivi: 20 miliardi di euro all’anno.

Ma già nella versione pre-governativa, quella entrata nel contratto di governo, la controriforma “Stop Fornero” ha perso qualche (importante) pezzo ed è stata rivista al ribasso. Il cavallo di battaglia della campagna elettorale – l’eliminazione del meccanismo di allungamento automatico – è stato abbandonato. Fortunatamente. E i nuovi criteri di eleggibilità alla pensione anticipata hanno preso forma: 41 anni di contributi oppure quota 100, ovvero somma degli anni di contributi e dell’età anagrafica pari almeno a 100.

Tuttavia, anche questa proposta è sembrata ottimistica, soprattutto a fronte di una dotazione, annunciata nel contratto di governo, di soli 5 miliardi di euro. Diverse fonti, tra cui l’Inps, hanno stimato il costo di queste misure “Stop Fornero” tra i 12 ed i 15 miliardi di euro all’anno. Tale costo emerge soprattutto perché 41 anni di contributi e quota 100 consentirebbero l’uscita dal mercato del lavoro attraverso (generose) pensioni anticipate anche a età molto basse (59/60 anni) per chi ha carriere contributive continue (41/40 anni).

Nell’ultima versione, decisamente più governativa, proposta da Alberto Brambilla, la controriforma “Stop Fornero” si è ulteriormente annacquata. Forse per l’esigenza di contenere i costi a 5 miliardi, i criteri di eleggibilità alla pensione anticipata sono stati resi più ristrettivi. L’uscita diretta è (o sarebbe) possibile con 41 anni e 6 mesi di contributi oppure a quota 100, ma con degli importanti paletti. Per la quota 100 sono necessari almeno 64 anni di età e almeno 36 anni di contributi. I contributi figurativi – acquisiti nel caso di cassa integrazione oppure di malattia – sono limitati a soli due anni. Inoltre, ed è questa la novità più interessante, per chi va in pensione anticipata tramite questi due nuovi canali, è previsto il ricalcolo della pensione con il metodo contributivo per il periodo dal 1996 al 2011.

Quest’ultima misura è senz’altro condivisibile. Segue la logica della riforma Dini del 1995, che introdusse il metodo contributivo per i nuovi lavoratori, e, ironicamente, completa la riforma Fornero, che ha esteso il contributivo a tutti i lavoratori, ma a partire dal 2012. Tuttavia, il ricalcolo con il contributivo può avere costi importanti per il lavoratore – come insegna l’esperienza di Opzione Donna. Secondo le prime stime di Tabula, la riduzione media della pensione potrebbe essere del 10%. Infine, la proposta Brambilla prevede l’eliminazione (o meglio la mancata conferma) dell’Ape sociale. Mentre l’Ape volontario sarebbe prorogato. Grazie alla restrizione dei criteri di eleggibilità e al ricalcolo con il contributivo, questa proposta ha costi più contenuti: tra i 5 miliardi (dichiarati nel contratto di governo) e i 9 miliardi annui (stime Tabula). Un prezzo che la politica potrebbe essere disponibile a pagare per abbattere almeno la facciata del totem Fornero.

Tuttavia, questa versione edulcorata della controriforma “Stop Fornero” rischia di accontentare solo poche persone e di lasciare sul campo molte vittime. La riduzione effettiva dell’età di pensionamento sarà appannaggio di lavoratori con carriere medio-lunghe, molti dei quali (i 64enni della quota 100) avrebbero comunque accesso all’Ape volontario. È presto per confrontare la penalizzazione derivante dal ricalcolo della pensione con il costo dell’Ape volontario. Ma potrebbero non esserci grandi differenze.

A perderci sicuramente dalla controriforma saranno invece quelle persone in condizioni di necessità che avevano accesso all’Ape sociale: disoccupati anziani di lunga durata senza ammortizzatori sociali, persone anziane con un elevato grado di invalidità, lavoratori in settori gravosi. Per molte di queste persone si prospetta un aumento fino a ben quattro anni dell’età di pensionamento.

La terza iterazione della controriforma “Stop Fornero” ha portato dunque una gradita riduzione dei costi per le casse dello stato e alcune novità importanti, come l’estensione del contributivo. C’è da augurarsi che una probabile quarta versione continui nella direzione della diminuzione della spesa – magari attraverso il potenziamento di uno strumento di mercato che, a differenza del ricalcolo, ha un impatto minimo sui conti pubblici: l’Ape volontario.

Ma sarebbe giusto guardare anche a un altro elemento di iniquità. Alcuni studi mostrano che l’aspettativa di vita non è uguale per tutti, ma varia in funzione di molti fattori, quali il reddito, l’istruzione o la tipologia di lavoro svolto. Se c’è la volontà di modificare la riforma Fornero – e la riforma Dini – si potrebbe provare a differenziare l’età di pensionamento in funzione di alcuni di questi fattori. L’Ape sociale andava in questa direzione servendosi della spesa assistenziale. Lo si potrebbe fare anche nell’ambito della spesa previdenziale. Basta volgere lo sguardo anche verso queste categorie e non guardare sempre e solo ai soliti favoriti della politica e dei sindacati: i lavoratori anziani (spesso uomini) con lunghe carriere contributive.

Professore di Economia politica alla Bocconi

22 GIUGNO 2018 | 11:50 – Il Sole 24 Ore

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