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L’invasione dei gabbiani nelle città. Sempre di più, sempre più vicini. Il paradosso di un assedio provocato dalla voracità umana

PIÙ che l’oggettivo soprannumero di gabbiani, anziché piccioni o volpi, che di quando in quando annotiamo nelle città, sarebbe interessante domandarci perché mai il fatto ci colpisca. Chiederci se non sia paradossale questo sentimento di ritrovarci sotto assedio, proprio noi, insofferenti agli scampoli di una natura che abbiamo distrutto palmo a palmo.

Dal nostro, umano punto di vista infatti, ogni creatura dovrebbe occupare il proprio posto, così ben predefinito dall’ordine delle cose: i pesci hanno a disposizione il mare, il cinghiale se ne rimanga nel bosco, l’ape a distanza, lo stambecco sulla roccia, i volatili nel cielo o sopra gli scogli. Salvo noi, naturalmente, che dobbiamo stare dappertutto. Noi e la nostra furente prolificità, con facoltà di sfruttare all’estremo qualsiasi risorsa ci capiti a tiro. Benché lo spazio terrestre non sia illimitato, e ben di rado il nostro modus operandi ponga fra le priorità la buona convivenza con le specie indigene. Parecchie forme di vita al nostro arrivo soccombono. Altre, da noi guardate con sospetto, percorrono nuove soluzioni. È il caso dei volitivi gabbiani, i quali preferirebbero tuffarsi nelle acque marine e procacciarsi cibo congeniale, anziché svolazzare fra i miasmi metropolitani nutrendosi nelle nostre discariche e, all’occorrenza, sbranando piccioni. Un ripiego indotto da coste inquinate, cementificate e invase dagli stabilimenti balneari, depauperate da annosa e sregolata pesca e da una produzione ittica ormai intensiva.

Quei “bulli” del cielo che gracchiano sui tetti e spaventano i bambini

QUANDO Papa Francesco ha fatto volare dalla sua finestra la colomba bianca e subito un gabbiano e una cornacchia hanno attaccato in volo quel candido emblema della pace, tutti quanti hanno pensato che in quella scena ci fosse qualcosa di fortemente simbolico, che quegli uccelli fossero uccellacci malefici, rappresentanti del peggio. Eppure un tempo i gabbiani volavano ad ali spiegate in tanti quadri e poesie di artisti un po’ naif, si libravano nel cielo azzurro, sotto nuvole bianche e mari infiniti, nell’armonia più ingenua. Sembravano quasi la punteggiatura del cielo, virgole di un discorso ineffabile e misterioso. Più o meno discendevano tutti dal gabbiano Jonathan Livingston, protagonista di un piccolo libro con pretese sapienziali che fu un successo mondiali negli anni Settanta. I gabbiani erano immediatamente sinonimo di libertà.

Oggi sono bestiacce volanti che fanno paura. Lanciano stridi inquietanti e non viaggiano più sul mare e nel cielo dei desideri, ma volteggiano sulle città e sulle discariche puzzolenti, alla ricerca di qualcosa di marcio da acchiappare. Spesso li vediamo in mezzo alla carreggiata piluccare coi becchi duri cadaveri di poveri piccioni asfaltati dalle macchine: del resto anche i piccioni si sono trasformati, ormai sembrano grigie galline, di volare hanno pochissima voglia. E i gabbiani la fanno da padroni, sono enormi e girano come condor bianchi sopra Roma, calano in picchiata come Stukas, nulla più li spaventa.

L’altro giorno al Palatino ce n’era uno poggiato su una ringhiera, un bestione grosso e indifferente: una maestra con una classe di bambini al seguito provava a farlo volare via, batteva le mani, sciò sciò, ma quello non se andava, anzi si sporgeva aggressivo verso i bambini, strillava il suo verso sgraziato. Solo le cornacchie contendono ai gabbiani il cielo di Roma. Hanno occupato i parchi, saltellano a mucchi nei prati, e leggende metropolitane narrano che a volte attaccano in gruppo piccoli cani. La memoria torna a una delle scende più celebri del cinema di Hitchcock, alle cornacchie posate sui fili fuori della scuola elementare, prima poche, poi tante e poi tantissime, alla corsa disperata dei bambini assaliti da quegli uccellacci neri.

A Roma ormai gabbiani e cornacchie hanno preso il sopravvento su qualsiasi altro tipo di volatili: merli, passerotti, pettirossi, fringuelli sono stati spazzati via, non si sentono più trilli e gorgheggi canterini, solo voci gracchianti e grida intimidenti. Persino le nuvole degli storni, quelle meravigliose giostre volanti nel cielo della nostra città, ora si vedono meno. Comandano gabbiani e cornacchie, comanda la legge del più forte e cattivo. E adesso anche la gente comincia ad avere paura di queste bestiacce, le osserva con diffidenza e gira alla larga. Bisognerebbe provare a cacciarle, ma come si fa, chi glielo spiega che stanno esagerando, che qui nessuno le vede più di buon occhio? Ah, gabbiano Jonathan Livingston, tu sì che eri un uccello saggio, tu sì che amavi la bellezza della vita: purtroppo i tuoi eredi sono bulli dei cieli, teppaglia volante, invasori spietati che in qualche modo dovremo respingere.

Repubblica – 16 marzo 2014 

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