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Liscia, gassata, depurata: il successo dei chioschi con l’acqua del sindaco. Ma uno studio accusa: è concorrenza sleale all’industria

Si torna a prendere l’acqua alla fontana, come negli anni Cinquanta. Un pezzo consistente del Paese sembra aver vinto l’atavica diffidenza per gli acquedotti nazionali ed è tornato a bere acqua pubblica. L’avanzata delle case dell’acqua è più di un dato di fatto, è un successo.

A fine 2013 si sono contati 817 chioschi: erano meno della metà — 354 — nel 2011. Le aree di prelievo pioniere hanno già vent’anni d’età: Buccinasco, Parco Sud di Milano. Ma ancora nel 2008 in Toscana c’erano due punti, oggi sono sessanta. L’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ne fece aprire uno in piazza della Signoria, il primo autorizzato dalle soprintendenze in un centro storico. E Milano è diventato il centro del progetto italiano, abbracciato dal ministero dell’Ambiente: “Obiettivo strategico nazionale”. Oggi in Lombardia ci sono 382 casette, quasi la metà del totale nazionale.

L’esperimento dell’acqua alla spina è semplice, e forse anche per questo di successo. Il cliente si presenta al chiosco con le proprie bottiglie, preferibilmente di vetro, e preleva da una macchina erogatrice l’acqua pubblica. I limiti al prelievo sono alti: da sei litri a persona fino a cinquanta. Il costo è nullo (o di 5 centesimi al litro) in caso di acqua liscia e tra i 5 e i 10 centesimi se si chiede di mineralizzarla. Si schiaccia un pulsante e si mette la bottiglia sotto la fontana sapendo che l’acqua che scende ha la stessa origine di quella che ci arriva dal rubinetto, solo che è filtrata a valle, spesso refrigerata e sottoposta a controlli settimanali da parte dell’Arpa. «È più buona di quella di casa, lo dicono i cittadini ». Così dice il sindaco di Pioltello, provincia di Milano. L’acqua di casa, spesso, ha il problema che nell’ultimo miglio — la conduttura condominiale — non c’è stata manutenzione recente e sapore e qualità vengono alterati dalle impurità. Le “case dell’acqua”, invece, sono inserite in luoghi protetti (la Coop, l’Ikea) o in parchi chiusi la notte per evitare il l’alterazione dei filtri e i pediluvi.

In queste stagioni si stanno allestendo chioschi anche al Sud (14 in Campania, 5 in Sardegna), ma la novità è l’esplosione dei self-erogatori nei centri medio-piccoli e nei paesi. Nell’autunno 2013 si sono inaugurate casette dell’acqua ad Angri (nel Salernitano), a Poggiomarino (nel Napoletano, è la seconda), a Busseto (Parma), Monsano (Ancona), Caltagirone (Catania). A Caltagirone, iniziativa pubblico-privata applaudita da due deputati Cinque Stelle, si paga con una card elettronica disponibile dall’edicolante: 4 centesimi la naturale e 6 centesimi la frizzante. Un quarto degli italiani oggi vive in un territorio che ospita case dell’acqua.

L’installazione di un distributore di acqua filtrata costa dai 15 ai 50 mila. Sono soldi di Regioni, Province e Comuni, o delle municipalizzate controllate. La Lombardia, per dire, nel 2011 ha investito 800 mila euro per avere acqua pubblica sicura, far diminuire la plastica circolante, abbattere l’anidride carbonica prodotta per gli spostamenti della merce da supermercato. L’Istituto Bruno Leoni, che sul tema ha prodotto due dossier, ha preso il punto di vista delle aziende di acque minerali e ha attaccato: «Se i chioschi fossero iniziative di mercato rappresenterebbero uno strumento di libertà per i consumatori, ma sono parte del servizio pubblico e quindi un investimento discriminatorio per chi continua a bere l’acqua del rubinetto e paga i costi per gli altri». Un investimento ingannevole, «quando si mostra il risparmio — dieci volte — rispetto all’acqua minerale, prodotto di altra qualità e spesso utilizzato a fini terapeutici ». L’istituto Leoni calcola che gli 817 chioschi fin qui allestiti sono costati 24 milioni più altri 5 milioni ogni anno per controlli e manutenzione. Un’inchiesta di Altroconsumo, tra l’altro, ha parificato le acque del rubinetto a quelle delle case refrigerate: «I nostri test dicono che si equivalgono». Mario Soldano, sindaco di Cologno Monzese: «Spendiamo 9 mila euro l’anno e quando il servizio è rimasto fermo siamo stati sommersi dalle proteste».

In fila in piazza anche i turisti E quanta plastica risparmiata”

Alberto Bellini, assessore all’Ambiente di Forlì, avevate promesso 300 mila bottiglie di plastica in meno circolanti nella vostra città.

«A ottobre festeggeremo il primo anno della casa dell’acqua e faremo il primo consuntivo, ma sono certo che stiamo risparmiando in plastica e anidride carbonica».

Funziona la vostra casetta comunale?

«Funziona così bene che ne apriremo altre due, pubbliche. E altre due ancora le stanno gestendo i privati, a noi sta bene».

Forlì ha 120 mila abitanti, quanti usano l’acqua pubblica e filtrata?

«Più di 20mila, ma abbiamo richieste da tutti i quartieri».

I cittadini-clienti conoscono la sua qualità?

«Al parco urbano Franco Agosto, dov’è inserita la casetta, c’è un monitor che aggiorna sulle analisi fatte sull’acquedotto locale. Sono 9.000 l’anno, scriviamo i valori anche nelle bollette. Ci approvvigioniamo dalla Diga di Ridracoli, acqua di alta qualità. I tedeschi che vanno a Cesenatico, servito dalla stessa diga, ripartono con le bottiglie stivate nell’auto».

I forlivesi sono tornati all’acqua pubblica perché sono certi che ora è sana?

«Questo è un aspetto, poi c’è il messaggio positivo che ruota attorno all’acqua del sindaco. Costa poco o niente al cittadino, costa poco al Comune ed è tanto ecologica ». ( c. z.)

Repubblica – 30 luglio 2014

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