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L’Italia contro la Svizzera: “Discrimina i nostri lavoratori”. Roma chiede all’Ue di aprire una procedura di infrazione: nel mirino il regime fiscale

Giuseppe Bottero. L’Italia lancia un’offensiva europea contro la Svizzera: nel mirino c’è il regime fiscale che, a partire dal gennaio 2015, il Canton Ticino applica ai frontalieri. Secondo quanto risulta a «La Stampa», Roma ha chiesto alla Commissione Ue di aprire una procedura d’infrazione nei confronti di Berna, accusata di penalizzare i nostri connazionali che, ogni giorno, attraversano il confine per lavorare.

Questione di tasse, e di un aumento che violerebbe «l’accordo sulla libera circolazione delle persone» nella Confederazione: documento che deve garantire ai cittadini stranieri le stesse condizioni di vita, di occupazione e di lavoro di cui godono gli svizzeri. L’intesa, che risale al 1999, prevede una «protezione contro le discriminazioni fondate sulla nazionalità».

La misura contestata

E invece, sostiene il governo, la Svizzera discrimina eccome, per lo meno quando si parla di buste paga: da inizio anno il Canton Ticino ha aumentato al 100% il moltiplicatore comunale per le imposte, cioè l’indicatore che i Comuni utilizzano per calcolare l’importo delle trattenute sui redditi dei frontalieri. Prima dell’aumento, la percentuale variava da Comune a Comune, con un coefficiente medio – applicato ai sensi dell’accordo firmato tra Italia e Confederazione nel 1974 – che ammontava al 78%. Ora la cifra è schizzata verso l’alto, ovunque: la misura, approvata tra le contestazioni della sinistra, garantisce 20 milioni di franchi (19,1 milioni di euro) di entrate in più all’anno. Il tutto a spese dei quasi 70 mila italiani che ogni giorno attraversano la frontiera, sfavoriti rispetto ai residenti temporanei.

Il popolo del confine

Il numero dei pendolari, tra l’altro, sembra destinato ad aumentare: gli stipendi, a pochi chilometri dal confine, sono praticamente doppi, le offerte di lavoro in crescita. Anche se non è una vita facile: ore in macchina, contratti individuali, meno tutele. E il balzo del moltiplicatore, messo nel mirino da Roma, non è neppure la stangata più temuta. «Su uno stipendio da 5000 franchi, a fine mese pesa per 120-130 franchi. Pensavamo l’effetto fosse peggiore», dice Antonio Locatelli, presidente del Coordinamento provinciale frontalieri del Verbano Cusio Ossola.

A spaventare di più, spiega, «è la proposta di tassare annualmente il permesso dei frontalieri. Quello sarebbe un vero problema». L’ennesimo, dopo il referendum «contro l’immigrazione di massa» del febbraio 2014 e le polemiche sugli stipendi seguite al nuovo tasso di cambio. «La crisi ha colpito anche in Svizzera – racconta Stefano, comasco occupato nel settore agricolo -. Siamo in un’isola felice ma ci sentiamo sempre più accerchiati».

La mossa a Bruxelles

Ora l’Italia è pronta a intervenire, e si rivolge all’Unione Europea, convinta di trovare una sponda: il regime svizzero di imposizione alla fonte a Bruxelles piace poco e, a quanto si apprende, ci sono parecchie possibilità che venga giudicato discriminatorio. A quel punto a Berna non resterebbe che trattare.

La Stampa – 20 giugno 2015 

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