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L’Italia è tra i paesi che consumano più antibiotici: eccessivo l’uso veterinario, ma anche medici e pazienti devono ridurre

Agnese Codignola. Solo 34 su 133 paesi sono preparati all’inevitabile attacco dei batteri resistenti agli antibiotici, compresi quelli di ultima generazione. Sulla base di questi dati l’OMS  ha invitato poche settimane fa i responsabili sanitari a predisporre piani di emergenza e, ha auspicato un impiego diverso delle molecole ancora efficaci utilizzate contro batteri, virus e parassiti patogeni per l’uomo.

La responsabilità, secondo un rapporto appena pubblicato dalle tre agenzie europee che si occupano di farmaci (EMA), infezioni (ECDC) e sicurezza alimentare (EFSA), sarebbe da ricercare non solo nell’uso sconsiderato dei farmaci nell’uomo, ma anche nel massiccio impiego veterinario, che assorbe una quantità di antimicrobici superiore a quella utilizzata nell’uomo.

Il rapporto, intitolato “ECDC/EFSA/EMA first joint report on the integrated analysis of the consumption of antimicrobial agents and occurrence of antimicrobial resistance in bacteria from humans and food-producing animals”, colloca l’Italia in pessima posizione. Si tratta della prima nazione per consumo in milligrammi/chilo di antibiotici negli animali (molto alta anche nell’uomo, vedi tabella sotto).  La classifica ci posiziona in pole position  per il consumo di una delle categorie più nuove di antibiotici nella cura dell’uomo (cefalosporine di terza e quarta generazione), e tra i primi per il consumo di un’altra classe importante, quella dei fluorochinoloni.

A questa vera e propria abbuffata di antibiotici, in Italia, paese che viaggia stabilmente al di sopra della media del consumo europeo e anche ai vertici della presenza di ceppi resistenti, corrisponde – secondo l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero per le politiche agricole e forestali – l’aumento impressionante delle resistenze batteriche di specie che possono diventare mortali come il micobatterio della tubercolosi o lo stafilococco aureo resistente alla meticillina o MRSA, che ogni anno uccide migliaia di persone che lo contraggono in ospedale. Un dato, su tutti, spiega in che direzione ci stiamo avviando. La resistenza alla Klebsiella pneumoniae, che provoca polmoniti ospedaliere spesso mortali, è passata da meno dell’1% del 2008 al 34% del 2013 e iperboli analoghe si riscontrano per altri ceppi e per altri farmaci.

L’utilizzo di antibiotici in medicina veterinaria non per curare malattie ma per accelerare la crescita ( pratica vietata in Europa) favorisce l’ insorgere della resistenza

C’è di più. Secondo gli esperti l’utilizzo di antibiotici in medicina veterinaria non per curare malattie ma per accelerare la crescita ( pratica vietata in Europa)  favorisce l’ insorgere della resistenza. Si tratta infatti di un impiego a bassi dosaggi per lunghi periodi che permette una selezione naturale  delle sottopopolazioni di microbi in grado di resistere  ral farmaco somministrato.

Che fare? Il rapporto si conclude con alcuni suggerimenti, elaborati dalle 3 agenzie in modo congiunto:

implementare i sistemi di sorveglianza con l’obiettivo di ottenere informazioni dettagliate in relazione al consumo di antimicrobici, per età e sesso, nell’uomo, e per specie e tipologia produttiva nell’uomo;

ottenere una maggior disponibilità di dati sul consumo ospedaliero di antimicrobici in un maggior numero di Paesi;

ottenere dati aggregati sulle tipologie di alimenti, prevalenza di microrganismi e resistenze;

disporre di dati, basati sull’isolamento, per ottenere informazioni sugli effetti della co-selezione.

Il monitoraggio della resistenza dovrebbe includere, i patogeni degli animali, la flora commensale di persone sane e malate e informazioni sull’origine degli alimenti e degli animali

L’EFSA sottolinea  l’esigenza di promuovere un uso responsabile di antimicrobici sia per le persone che per la medicina veterinaria, in linea con quanto indicato nella strategia europea per la prevenzione della resistenza antimicrobica.

Se i medici, i pazienti e gli allevatori non capiranno l’importanza di un cambiamento radicale di atteggiamento, presto la situazione potrebbe diventare molto complicata in diversi paesi, guidati dall’Italia. Il paradosso è che da noi gli antibiotici negli allevamenti si usano solo  per cure indispensabili agli animali malati ma poi, per  per un destino avverso, abbiamo il più alto consumo di antibiotici e i più gravi problemi di resistenza.

Il Fatto alimentare – 22 maggio 2015

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