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L’Italia ingiusta con le donne. Sondaggio tra 9.500 lavoratrici: tre su cinque (record nell’Ue) vedono la loro carriera penalizzata. Peggio solo Arabia Saudita e Corea del Sud

Una specie di corsa a ostacoli. Una mediazione continua fra quello che dovrebbe essere e la realtà. Si potrebbe riassumere così il mondo del lavoro visto dalle donne dei Paesi del G20. Perché questo dice, in sintesi, il rapporto sui cinque problemi-chiave che il popolo femminile deve fronteggiare ogni santo giorno sui luoghi di lavoro.

La Thomson Reuters Foundation, in collaborazione con la Rockefeller Foundation, ha interpellato 9.500 donne nelle 19 nazioni del G20 (la ventesima sarebbe l’Unione Europea) per indagare sulle difficoltà nel bilanciare la vita privata con quella lavorativa, sul divario fra i salari maschili e quelli femminili, sulle differenze uomo/donna nell’accesso e nelle opportunità di lavoro, sulle molestie negli ambienti di lavoro e sull’impatto della maternità rispetto alle carriere.

Il rapporto, che sarà diffuso oggi in tutto il mondo, racconta le tante difficoltà ma anche le nuove speranze delle donne dei Paesi più industrializzati. Così si scopre, per esempio, che l’età influisce sulle convinzioni positive. Sotto i 35 anni la sfiducia è un po’ meno sfiducia: «solo» il 45 %, tanto per citare un risultato, crede che gli uomini abbiano un miglior accesso allo sviluppo professionale e alle opportunità di carriera. «Solo», perché se si sale nella fascia di età compresa fra i 35 e i 49 la percentuale sale al 50%.

Il capitolo Italia contiene numeri non proprio rassicuranti. Prendi l’accesso al lavoro e lo sviluppo delle carriere: il 57% delle donne italiane intervistate pensa che gli uomini, in questo, siano decisamente favoriti. Questa percentuale è la più alta d’Europa ed è preceduta soltanto dal dato dell’Arabia Saudita (61%) e della Corea del Sud (58%). E ancora, sempre in Italia: c’è un 45% che mette proprio il gap fra maschi e femmine nelle opportunità di carriera in cima a tutti i problemi della propria vita lavorativa (è il numero più alto di tutti i 19 Paesi). Al top delle preoccupazioni (il 43% delle italiane intervistate) anche la questione dell’equità dei salari. E alla domanda: «Crede che le donne guadagnino meno a parità di lavoro?» i sì sono un terzo del totale.

L’argomento più spinoso, cioè le molestie sui luoghi di lavoro, in Italia ha una doppia faccia. Il 16 per cento delle interpellate — ed è la percentuale più bassa fra i Paesi europei — dichiara di essere stata molestata mentre lavorava. Ma il dato fa i conti con un 55% che invece ammette: se dovessi subire molestie non lo racconterei. Per inquadrare il problema a livello internazionale: quasi un terzo delle donne del G20 rivelano molestie sui luoghi di lavoro e le donne indiane guidano oggi la classifica delle più decise a denunciare. «Lo ripetono loro stesse, non rimarranno mai più in silenzio» interpreta il dato Vrinda Grover, avvocatessa indiana della Corte suprema da sempre paladina delle cause per i diritti umani. «Non trascineranno più con loro il bagaglio di vergogna e lo stigma che hanno portato tante vittime prima di loro» assicura.

Mai restare in silenzio sembra essere anche il pensiero-guida della professoressa Lucy March, docente della facoltà di Legge all’Università di Denver, che ripete la sua storia ogni volta che può. È diventata un caso, negli States, sul fronte della discriminazione salariale. Perché ha scoperto che suoi colleghi maschi guadagnano, a parità di lavoro, circa 40 mila dollari l’anno in più. «È una lotta solitaria, la mia, per paura delle ritorsioni» racconta. «C’è gente che sussurra di essere dalla mia parte ma nessuno osa dirlo pubblicamente». Cosa dice la ricerca? Che il 58% delle lavoratrici statunitensi ritiene che ricevere la stessa paga degli uomini sia uno dei problemi principali.

Dalla Francia la testimonianza di Brigitte Grésy, consigliera superiore per l’equità professionale fra uomini e donne, citata nel rapporto. A proposito del 55% delle sue connazionali che ritiene favoriti gli uomini nell’accesso al lavoro e negli avanzamenti di carriera, sostiene che «le donne in Francia sono consapevoli dell’iniquità adesso più che mai».

E poi c’è il binomio famiglia-carriera. A credere che la strada dei figli non intralci quella degli avanzamenti professionali sono soprattutto le brasiliane (74 su 100). In Italia (con il nostro 32%) siamo meno fiduciose.

Giusi Fasano e Viviana Mazza – Il Corriere della Sera – 13 ottobre 2015 

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