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Lo scandalo dei prezzi. Dai campi agli scaffali +488 %. Coldiretti: agli agricoltori va solo il 17% dell’introito della filiera. Dall’allevamento al consumatore la carne di coniglio triplica

Luigi Grassia. Il contadino ara il campo, semina e raccoglie, ma poi quanto gli rimane in tasca del suo lavoro? Pochissimo, perché i guadagni vanno quasi tutti al resto della filiera agroalimentare. Se si considera il prezzo medio dei cibi al consumo e lo si confronta con quello medio delle materie prime agricole, si osserva che il ricarico medio è del 488%.

Del prezzo finale pagato dal consumatore, il 60% va alla distribuzione commerciale (cioè ai commercianti, ai grossisti e agli intermediari assortiti), il 23% all’industria di trasformazione e solo il 17% all’agricoltore.

Sono i calcoli dell’associazione Coldiretti, il cui presidente Roberto Moncalvo dice che è urgente «portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza nei rapporti di filiera. E bisogna tagliare le intermediazioni a vantaggio dei produttori e dei consumatori».

Ecco alcuni esempi di ricarico, prodotto per prodotto.

Il pane

Il prezzo del pane è molto variabile lungo lo Stivale con valori che raddoppiano tra Napoli, dove costa 1,90 euro al chilo, e Bologna, dove se ne spendono 3,95. Già questa forte variabilità basta a dimostrare che il prezzo del pane dipende solo marginalmente dal costo del grano, che è fissato a livello internazionale al Chicago Board of Trade e non mostra quindi differenze tra le diverse città. Al momento un chilo di grano tenero è venduto a 21 centesimi mentre un chilo di pane è acquistato dai cittadini a valori medi attorno ai 2,75 euro al chilo, con un rincaro del 1200% (cioè un aumento di 13 volte).

Le mele

Nel mese di aprile le mele avevano un prezzo medio all’origine di 0,55 euro al chilogrammo, in calo del 23,4% sul prezzo dello stesso mese del 2014. Ma in media si compravano al dettaglio a 1,50 euro al chilo, con un ricarico dell’172% (cioè a un prezzo quasi triplicato dal contadino alla tavola).

Le patate

Ad aprile le patate avevano un prezzo medio all’origine di 0,25 euro al chilo, in calo del 42% sullo stesso periodo del 2014. Ma mediamente si trovavano al dettaglio attorno all’euro al chilo, con un ricarico del 300% (un aumento di 4 volte).

Il latte

Il prezzo del latte fresco in Italia si moltiplica per più di quattro volte dalla stalla allo scaffale, con un ricarico del 317%. Per il consumatore la spesa media per il latte di alta qualità è di 1,5 euro al litro ma agli allevatori vengono pagati in media solo 0,36 euro al litro. Con 36 centesimi è difficile anche solo coprire i costi per l’alimentazione delle mucche, e così negli anni della crisi è stata chiusa in Italia una stalla su cinque e sono stati persi 32 mila posti di lavoro. La Coldiretti e il Codacons hanno presentato un esposto all’Antitrust, dopo che prima in Spagna e poi in Francia le locali Autorità che vigilano sulla concorrenza e sul mercato hanno condannato le principali industrie lattiero-casearie (il più delle volte le stesse che operano anche in Italia). L’Antitrust italiana ha preso importanti misure di contrasto delle pratiche sleali. E il recente decreto agricoltura impone una maggiore trasparenza alla filiera, con l’obbligo di contratti scritti, della durata non inferiore a 12 mesi, in cui si vincolano gli acquirenti di latte crudo a corrispondere un prezzo non inferiore ai costi medi di produzione.

La carne di coniglio

Se consideriamo la carne di coniglio, a fronte di un costo medio di produzione di 1,9 euro per chilo di peso vivo, agli allevatori vengono attualmente riconosciuti 1,33 euro al chilo, ma in media il prezzo nel banco di vendita è di circa 6,5 euro al chilogrammo per i consumatori. Considerando che 1,33 euro al chilo per peso vivo corrispondono a 2,22 euro al chilo di peso morto, il prezzo dall’allevamento allo scaffale aumenta del 200%, cioè triplica.

La Stampa – 17 maggio 2015 

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