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Lo shock energetico. Aziende alimentari in affanno: dagli stabilimenti dei surgelati a mulini, mangimifici, prosciuttifici. Federalimentare: “Sono a rischio 40mila posti”

Nell’alimentare i costi energetici sono lievitati fra il 200% e il 300%. E il rischio, per una parte del tanto decantato made in Italy, è quello di tirare giù la serranda. Con buona pace anche dell’occupazione: secondo le stime dell’ufficio studi di Federalimentare, nel 2022 si rischiano fino a 40mila posti di lavoro in meno per chiusura di attività. Vuol dire tra il 5 e il 10% dell’occupazione totale del settore. L’industria alimentare conta su una platea di circa 55mila aziende, di cui meno di 7mila superano la soglia dei 9 addetti. La polverizzazione del settore è grande: «Le piccole aziende sono sul Titanic – dice Vacondio – qui si corre il rischio di far morire tante Pmi. Sono quelle più flessibili, quelle che tutelano di più il patrimonio enogastronomico del Paese, e quelle che stanno guadagnando di più dall’export».

Nel settore alimentare, dove di solito si produce sette giorni su sette, per rimanere a galla qualcuno ha già cominciato a ridurre le giornate lavorative, oppure a far andare i macchinari lontano dalle ore di punta dei consumi energetici. «O otteniamo aiuto sotto forma di sconti sulla bolletta, al pari di altri settori industriali – dice il presidente di Federalimentare – oppure per non chiudere dovremo scaricare gli aumenti sul consumatore finale. Ma questa non mi sembra la via migliore, perché così rischiamo di bloccare i consumi. Siamo nel pieno di una nuova pandemia, di carattere economico ed energetico. In piazza non rischiamo di vederci solo gli abitanti del Kazakhistan». Vacondio fa appello anche alle banche: «Ci occorre maggiore capacità finanziaria, per coprire gli aumenti e fare magazzino».

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