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Lo stop al trattato col Canada mette a nudo tutti i guai dell’Ue. Il no della Vallonia mina la credibilità di Bruxelles nei rapporti internazionali

Marco Bresolin. «Se non riusciamo a fare un passo nemmeno sul commercio, che è una delle poche competenze esclusive che abbiamo, mi chiedo quale futuro possa esserci per l’Unione». Nel palazzo della Commissione di Bruxelles allargano le braccia. Settanta chilometri più a Sud, a Namur, capitale della Vallonia, il governo guidato dal socialista Paul Magnette continua a tenere sotto scacco l’intera Unione Europea.

La sua regione, 3,5 milioni di abitanti, ha deciso che non autorizzerà il governo belga a firmare il Ceta. Per dare l’ok all’accordo commerciale con il Canada, serve l’assenso di tutti i 28 Stati membri della Ue. Basta il veto di uno solo – anzi, di metà – e tutto resta bloccato.

Lo stallo del Ceta è la fotografia perfetta dello stato in cui si trova l’Ue. Le sabbie mobili. Ogni volta che un Paese va a votare, il malcontento e la sfiducia dei cittadini si riversano nelle urne. I partiti anti-sistema salgono di livello, e l’Europa sprofonda. Un po’ alla volta. E più sprofonda, più rimane intrappolata, incapace di affrontare le sfide che si trova davanti. Un «frenetico immobilismo», per usare l’espressione rispolverata qualche giorno fa da Renzi, che non le consente nemmeno di ammettere le proprie sconfitte. Si spera sempre in una via d’uscita, anche quando tutti sanno che non ci sarà. Si rimanda. Prendiamo ancora il caso del Ceta: ieri è scaduto l’ennesimo ultimatum concesso ai valloni. In serata il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha chiamato il premier belga Justin Trudeau: doveva dirgli di non venire a Bruxelles giovedì, giorno in cui era prevista la cerimonia per la firma del Ceta. Non ne ha avuto il coraggio. «C’è ancora tempo» per un accordo, insiste il polacco, mentre i barricaderos nel sud del Belgio chiedono «qualche settimana o forse mese» per sciogliere i loro nodi.

Un film già visto con il fratello maggiore del Ceta, il Ttip. L’accordo commerciale con gli Usa è dato per morto da tutti, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo. I negoziati si sono fermati due settimane fa e si dà la colpa alle elezioni americane che impongono «una pausa inevitabile». Ma tutti sanno benissimo che fino al voto in Francia e in Germania (autunno 2017) sull’asse transatlantico non si muoverà foglia. Qui non ci sono i valloni a bloccare tutto, ma i tedeschi. Che a Bruxelles continuano a fare il bello e cattivo tempo. Anzi, nei corridoi del Consiglio gira la voce che Berlino «abbia fatto il possibile per non impedire lo stallo sul Ceta», sottolineando in più occasioni che per questo tipo di accordo va rispettato il principio dell’unanimità. Al Consiglio dei ministri del Commercio c’è Sigmar Gabriel a rappresentare la Germania: il vicecancelliere socialdemocratico è il primo a temere effetti negativi sul proprio elettorato, impaurito dai grandi accordi commerciali.

Questa è la situazione. E in vista di un delicato passaggio come quello della Brexit, che richiederà una trattativa in cui l’Ue dovrà mostrarsi unita, vien da chiedersi se e come l’Ue cercherà di uscire dalle sabbie mobili. Prima di finire completamente sommersa.

La Stampa – 25 ottobre 2016

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