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L’ombra di Big Food sul Food system summit Onu. Dovrebbe ridisegnare il sistema alimentare planetario ma sarebbe sotto il controllo delle multinazionali dell’agribusiness

Il Salvagente. Che ruolo devono avere chimica e agricoltura industriale nel sistema alimentare mondiale per contrastare i cambiamenti climatici, risolvere la crisi alimentare di quasi un miliardo di persone ed evitare nuove epidemie?
Attorno a questa domanda – e agli interessi che ne scaturiscono – da mesi c’è una “guerra invisibile” in vista del Food System Summit delle Nazioni Unite che si terrà il 23 settembre a New York per ridisegnare il sistema alimentare planetario ma che – per un fronte nutrito di organizzazioni della società civile – sarebbe sotto il controllo delle multinazionali dell’agribusiness responsabili dei gravi squilibri dell’attuale sistema.

Maurizio Martina: “Quadro problematico”

“Il summit nasce circa due anni fa per provare a organizzare una discussione per tutti gli Stati aderenti alle Nazioni Unite e mettere a fuoco la questione dello sviluppo, della resilienza e della sostenibilità dei sistemi alimentari”, ci racconta Maurizio Martina, vicedirettore della Fao. “La proposta è antecedente alla pandemia, alla luce dell’impatto dei cambiamenti climatici e delle difficoltà sul raggiungimento dell’obiettivo Onu ‘Fame Zero’ entro il 2030”. Aggiunge Martina. “Se prima della pandemia il quadro era incerto, oggi è ancora più problematico”.
L’urgenza di ripensare il sistema alimentare globale riguarda una “tripla crisi”, secondo un concetto molto efficace coniato dalla rivista scientifica The Lancet, ovvero: obesità, malnutrizione e cambiamenti climatici. Le prime due sono le due facce della stessa medaglia: da una parte c’è l’iperproduzione alimentare, destinata a nutrire diete squilibrate nei paesi ricchi, dall’altra c’è la carenza di accesso al cibo in altre regioni del Pianeta. Per la Fao nel 2019 quasi un decimo della popolazione mondiale, 679 milioni di persone, soffriva di malnutrizione. Il numero sta crescendo, e si stima che raggiungerà 841 milioni entro il 2030.

Agricoltura e cambiamenti climatici

Il gruppo di esperti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), il massimo consesso Onu sul global warming, in un report del 2019 ha calcolato che fino al 37% dei gas serra mondiali dipendono dal sistema alimentare. Nel documento gli esperti invitano a ripensarlo, riducendo il consumo di proteine animali a favore delle vegetali e passando a metodi più sostenibili per produrre cibo. “L’agricoltura e il sistema alimentare sono un elemento chiave della nostra risposta ai cambiamenti climatici”, scrivono.
Un summit globale sul sistema alimentare è urgente e necessario, dunque, anche per i critici dell’iniziativa Onu: “Il proposito del summit non è sbagliato, arriva con un tempismo perfetto”, afferma Alberta Guerra, policy analyst di Actionaid, una delle Ong che ne contestano le modalità di organizzazione. “Per la maggior parte delle testate scientifiche tutti i sistemi alimentari devono cambiare, dobbiamo trasformare il modo in cui produciamo, trasformiamo e consumiamo il cibo”, afferma Guerra.

Chi c’è dietro il Food system summit?

Le critiche al Food System Summit risalgono già al suo primo annuncio, dato a sorpresa dal segretario generale dell’Onu António Guterres il 16 ottobre 2019, la giornata mondiale dell’alimentazione, in una sessione plenaria del Comitato mondiale per la sicurezza alimentare (Cfs). Il Cfs è un organismo dell’Onu in cui siedono rappresentanti di governi, organismi internazionali, istituti di ricerca, del settore privato e della società civile, movimenti contadini e Ong.
“Il fatto che fosse una decisione del segretario generale destava preoccupazione perché era un’iniziativa unilaterale” ricostruisce Guerra “non nasceva dai governi né dalle agenzie dell’Onu, come la Fao, che sarebbero chiamate a occuparsi delle questioni agricole e alimentari”.
I timori crescono quando, alla fine del 2019, è trapelata l’intenzione di Guterres di coinvolgere il World Economic Forum (il forum della finanza internazionale). “La collaborazione crea delle nubi sull’integrità Onu”, si legge in una lettera inviata a Guterres a febbraio 2020, firmata da 550 Ong, tra cui Actionaid, Amnesty, Greenpeace, Slow Food e movimenti contadini come Via Campesina, Alleanza per la sovranità alimentare in Africa o l’organizzazione indiana Navdanya. “L’accordo va contro i principi Onu e le decisioni dei governi su sviluppo sostenibile, emergenza climatica e lotta alla povertà e fame e offrirà alle multinazionali un accesso preferenziale”.

La tempesta perfetta

Sempre a febbraio 2020 la nomina di Agnes Kalibata a inviato speciale Onu per l’organizzazione dell’evento segna la tempesta perfetta. Kalibata è presidente dell’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa (Agra), un’organizzazione fondata dalla Bill and Melinda Gates Foundation e dalla Rockefeller Foundation che promuove l’agricoltura industriale e gli Ogm in Africa.
“Gli sforzi di Agra sono di dirottare risorse pubbliche verso interessi privati”, si legge in una lettera, ancora a Guterres, firmata da 173 Ong di 83 paesi. “Dal 2006 Agra ha lavorato per ‘aprire’ l’Africa a Ogm, fertilizzanti chimici e pesticidi”.
“È una strategia chiara della Gates Foundation e dell’agribusiness del mondo occidentale, che hanno sempre pensato che l’Africa potesse essere un buon mercato per i loro prodotti. Proprio quello che Kalibata fa da tempo” afferma Anuradha Mittal, direttrice dell’Ong californiana Oakland Institute.

Obiettivo: corporatizzare l’agricoltura

“Un Food System Summit portato via dalla Fao, organizzato dal World Economic Forum, diretto da Agra, tenuto a New York… non c’è bisogno di essere scienziati per vedere di che si tratta davvero: un’operazione senza vergogna per corporativizzare l’agricoltura”.
A marzo 2021 oltre 500 gruppi della società civile, indigeni e agricoltori che partecipano ai lavori del Comitato mondiale per la sicurezza alimentare (Cfs) dell’Onu hanno dichiarato formalmente l’intenzione di boicottare il summit di New York e hanno annunciato l’organizzazione di un contro summit: “Non possiamo saltare su un treno che corre nella direzione sbagliata, ovvero verso il maggior riconoscimento dello status quo del potere delle multinazionali sul nostro sistema alimentare”, ha spiegato il gruppo in una nota.
Pochi giorni dopo la stessa Kalibata ha affidato la sua risposta a una lettera al Guardian: “Mentre il coinvolgimento del settore privato è importante per creare un momento di vero cambiamento, non c’è nessun agribusiness che guida i lavori del summit o che possa definire autonomamente i risultati che verranno fuori”, scrive. “Tutte le porte sono aperte a tutti per contribuire”.

Le pressioni degli Stati Uniti ccontro l’agroecologia

La protesta contro il Food System Summit non viene solo dal mondo dei movimenti contadini e delle Ong, ma anche da alcuni esponenti di spicco delle Nazioni Unite, preoccupati per il ruolo dell’agribusiness nel definire le strategie per l’agricoltura sostenibile e l’annacquamento della cosiddetta Agroecologia.
Il relatore speciale Onu per il diritto al cibo Michael Fakhri a più riprese ha espresso perplessità: “La mia preoccupazione generale riguarda il modo in cui il Summit è organizzato finora”, ha scritto in una lettera aperta rivolta all’organizzatrice del summit Agnes Kalibata. “Il summit sembra ancora pesantemente inclinato a favore di un solo approccio ai sistemi alimentari: le soluzioni più favorevoli al mercato”, ha detto.
Anche l’ex direttore generale della Fao Graziano Da Silva ha condiviso le perplessità: “Per raggiungere l’obiettivo fame zero e costruire sistemi alimentari sostenibili non si può prescindere dalla salute del suolo, dei semi, da diete più sane e da pratiche agricole più sostenibili”. Proprio Da Silva negli ultimi anni del suo mandato Fao aveva fatto alcuni passi verso un sostegno all’Agroecologia, un approccio che si basa sulla salvaguardia di ecosistemi e tessuto sociale dei piccoli produttori, radicalmente alternativo alla Rivoluzione verde, basata invece sull’aumento della produttività attraverso l’uso massiccio di tecnologia. “L’Agroecologia sta crescendo, ma non rapidamente come dovrebbe, se abbiamo l’intenzione di evitare i disastri climatici causati dalle pratiche invasive della Rivoluzione verde”, ha dichiarato l’ex direttore generale della Fao.
Negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump l’atteggiamento di apertura della Fao verso l’Agroecologia aveva scatenato una durissima presa di posizione dell’allora inviato Usa alla Fao, Kip Tom: “Sotto il precedente direttore generale, Graziano Da Silva, la Fao è diventata sempre più politicizzata, trasformandosi da un’organizzazione per lo sviluppo basata sulla scienza a un esponente dei movimenti contadini sostenuti da ben finanziate Ong che condannano il commercio come neocolonialismo”, aveva scritto.

Il cambio di rotta della Fao “cinese”

Il cambio di rotta è arrivato puntuale con il nuovo direttore della Fao Qu Dongyu, ex ministro per l’agricoltura e lo sviluppo rurale della Cina. Nei primi mesi del suo mandato, Dongyu ha mostrato una chiara apertura verso l’agricoltura industriale, in particolare stringendo a novembre 2020 un accordo di partnership tra la Fao e CropLife, l’associazione dei principali produttori di pesticidi al mondo (Bayer Crop Science, Corteva, Syngenta, Basf).
Ciononostante, secondo una fonte interna alla Fao, l’insolita natura del Food System Summit di New York è anche legata a una precisa scelta di marginalizzare la Fao a guida cinese da parte del mondo politico e economico occidentale: “L’idea del summit è nata a fine 2019, ovvero nel periodo di interregno tra il precedente direttore e l’attuale”, afferma il funzionario. “La sede naturale per un summit del genere sarebbe stata la Fao a Roma, ma questo avrebbe comportato dare il summit in mano alla Cina, che avrebbe potuto accedere alle trattative segrete”. Inoltre, continua la fonte, “a Roma, anche il Cfs e la società civile avrebbero avuto voce in capitolo”. Secondo il nostro referente, “la tendenza è in corso da tempo. Da anni tutte le agenzie delle Nazioni Unite soffrono di mancanza di fondi. Così le fondazioni come la Gates Foundation si occupano di finanziare i progetti, ma dirigono i soldi sulle cose che gli interessano di più”.

Marginalizzare le visioni critiche

Anche Alberta Guerra di Actionaid parla di una precisa volontà di marginalizzare società civile e organizzazioni per i diritti umani: “Abbiamo lavorato 20 anni con la Fao e il Cfs per vederci riconosciuti e mandare i nostri rappresentanti”, afferma. “Invece il summit ha optato per un approccio ‘su invito’, a persona, scegliendo chi far partecipare”. Continua Guerra, “quando sono venuti a galla i nomi dei partecipanti, in molti casi c’erano evidenti conflitti di interesse”.
“Il rischio è che il summit legittimi la narrativa che i sistemi alimentari si devono adeguare alle sfide climatiche e di salute pubblica adottando le tecnologie offerte dalle stesse corporazioni responsabili dello squilibrio”, conclude Guerra.
Tra le sigle del terzo settore che al contrario hanno aderito convintamente al summit di New York spicca il Wwf, il cui direttore internazionale per i programmi alimentari, Joao Campari, designato alla guida del gruppo di lavoro di avvicinamento al summit sulla sostenibilità ambientale dei sistemi alimentari. Campari, con un curriculum alle spalle legato alla Banca mondiale e ad altre agenzie internazionali, ha espresso parere favorevole sui principi dell’Agroecologia, “utili per raggiungere sistemi di produzione ‘nature positive’”.
A fine 2020 però proprio il Wwf è stato coinvolto in un report firmato da Friends of the Earth International, Crocevia and the Transnational Institute, dal titolo eloquente di “Junk Agroecology”, “Agroecologia spazzatura”, ovvero “la cattura dell’agroecologia da parte delle multinazionali per una transizione ecologica solo parziale, senza giustizia sociale”.
Il report analizza le caratteristiche di tre progetti internazionali realizzati in partnership tra pubblico e privato per promuovere l’agricoltura sostenibile. Tutte e tre le iniziative coinvolgono Wwf e multinazionali come Nestlé, PepsiCo, Cargill, Unilever e in un caso lo stesso World Economic Forum. Il report sostiene che cerchino di creare sostenibilità continuando però a perseguire l’agenda dell’intensificazione dell’agricoltura, anche se sotto la bandiera dell’Agroecologia.

Annacquare e stravolgere l’agroecologia

“Abbiamo iniziato a vedere che nel momento in cui si sono creati degli spazi per promuovere l’Agroecologia, alcuni hanno iniziato a promuovere la loro interpretazione del termine”, ha detto Katie Sandwell del Transnational Institute, commentando il rapporto con il portale Usa Civil Eats. “Alcune multinazionali si sono riunite – a volte coinvolgendo associazioni no profit e anche governi – cercando di affermare questa visione dell’agroecologia dove tutto resta come prima”.
Il Wwf, dal canto suo, dichiara un convinto sostegno all’Agroecologia e al Summit: “È un summit delle persone. Questo significa che accoglieremo tutti, parleremo con tutti”, ci ha detto Eva Alessi, responsabile consumi sostenibili e risorse naturali di Wwf Italia. “Nessun singolo membro potrà determinarne i risultati”.
Secondo Alessi “le accuse che il summit si concentri solo su agricoltura di precisione e high-tech, nell’interesse dell’agribusiness, sono sbagliate: l’adozione di un’agricoltura rigenerativa, dell’Agroecologia, delle conoscenze tradizionali e indigene nella gestione di terra e acqua per produrre cibo sono centrali nel nostro gruppo di lavoro”. “Detto questo – conclude – crediamo che il privato sia necessario per la trasformazione dei sistemi alimentari, e quando invitati, partecipiamo ai loro eventi per discutere le nostre proposte e il loro possibile contributo”.
La prospettiva è di considerare l’Agroecologia come “una parte della soluzione”, e non come un cambio radicale del modo di produrre cibo.
“Non ci si rende conto di quanto questo summit sia controverso”, ha detto Simona Lovera della Global Forest Coalition. “Si sta usando il potere economico per fare del summit una vetrina di marketing per le soluzioni tecnologiche ai problemi del sistema alimentare. Io vivo in Paraguay e qui è sotto gli occhi di tutti che l’agricoltura intensiva e l’Agroecologia non sono compatibili”.

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