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L’onda lunga del virus accelera la svolta per le cure del territorio. Stanziati 2 miliardi per avviare 1.288 Case della comunità e 1 miliardo per 380 ospedali di comunità

Il Sole 24 Ore. La scommessa è di quelle che non si possono perdere e la pandemia lo ha dimostrato: rifocillare e riequilibrare il Servizio sanitario nazionale arrivato all’appuntamento con il Covid sguarnito di risorse, personale, posti letto e tecnologie adeguate è una priorità assoluta dopo che l’emergenza ha mostrato gli effetti drammatici dei tagli di un decennio all’assistenza e ai fondi – stimati fino a 37 miliardi in meno – e della mancata riforma delle cure sul territorio. Ed è quest’ultimo il nervo scoperto che nella prima ma anche nella seconda ondata del Covid non ha saputo arginare i bisogni di cura e assistenza, venendo meno a quella funzione di filtro rispetto agli ospedali che avrebbe consentito una presa in carico appropriata dei pazienti.

Da qui allora riparte il Piano nazionale di ripresa e resilienza al capitolo Sanità. Che si vede assegnare 7 miliardi per le “reti di prossimità”, le strutture e la telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale. Fondi che da soli non saranno sufficienti a segnare il cambio di passo, che andrà accompagnato da una riforma dei modelli formativi, dalla piena integrazione tra livelli di cura, con l’ospedale, e dalla revisione dei meccanismi di monitoraggio dell’assistenza (verifica dei Livelli essenziali, i “Lea”) che consentano di superare le profonde disuguaglianze territoriali che ostacolano l’accesso alle cure in Italia.

E allora il Pnrr mette in campo “reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza territoriale”. Una “mini-rivoluzione” che non è una novità assoluta perché da almeno una decina d’anni ci si prova (la “Riforma Balduzzi” è del 2012) ma a cui i finanziamenti in arrivo e soprattutto la lezione durissima della pandemia dovrebbero mettere le ali.

Con un investimento di 2 miliardi e sulla scia delle “case della salute” attivate fino a oggi soltanto in alcune Regioni con in testa l’Emilia Romagna, entro la metà del 2026 nasceranno 1.288 Case della comunità (il numero è stato dimezzato rispetto alle 2.575 annunciate all’inizio), strutture nuove o già esistenti e riconvertite. Ci lavoreranno in team multidisciplinare medici di medicina generale, pediatri, medici specialisti, infermieri di comunità e altri professionisti e anche, in un’ottica di welfare integrato che fino a oggi è mancata, gli assistenti sociali. Nel “pacchetto” sono previsti infatti il punto unico di accesso (Pua) per le valutazioni multidimensionali (servizi socio-sanitari), le attività di consultorio con un approccio orientato alla medicina di genere, al bambino e ai nuclei familiari. Potranno poi esservi ospitati servizi sociali e assistenziali rivolti in prima battuta a persone anziane e fragili, organizzati sulla base della comunità di riferimento. La deadline è giugno 2026 ma il cantiere aprirà l’anno prossimo: entro il primo trimestre 2022 ministero della Salute e Regioni cominceranno a lavorare al progetto. Supportati dalla traccia offerta dal nuovo Patto per la salute che a settembre di quest’anno dovrebbe definire i nuovi standard per il territorio.

L’altro tassello sono le “cure intermedie” che con 380 Ospedali di comunità (anche in questo caso dimezzati rispetto ai 753 del progetto iniziale) dovranno fungere da cerniera con l’ospedale vero e proprio: incassano un miliardo entro il 2026 e con una gestione prevalentemente infermieristica daranno risposta ai pazienti a bassa/media intensità clinica, inviati previa valutazione del medico, che necessitano di brevi degenze e che quindi non possono essere seguiti a casa. Anche in questo caso, non siamo davanti a una novità assoluta: di ospedali di comunità, mai decollati sul territorio nazionale, si parla da circa vent’anni con esperienze concentrate al Nord-Est ma solo un anno fa la Conferenza Stato-Regioni ha varato criteri e requisiti e anche in questo caso l’esigenza di decongestionare il territorio e una regia complessiva di riassetto delle cure primarie potrebbero fare la differenza. Telemedicina, domotica e digitalizzazione verranno in aiuto così come l’avvio in ogni Asl di un sistema informativo in grado di rilevare i dati clinici in tempo reale. Ogni Ospedale di comunità avrà 20 posti letto (fino a un massimo di 40) e tra le sue funzioni c’è anche quella di facilitare la transizione dei pazienti dall’ospedale al domicilio, consentendo alle famiglie di organizzarsi per accogliere al meglio la persona dimessa. A coordinare il passaggio penseranno le 602 Centrali operative territoriali (Cot), una per distretto socio-sanitario, cui il Pnrr con 280 milioni assegna la funzione di mettere in contatto i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete dell’emergenza-urgenza.

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