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L’opinione. No, lavoro e dignità non sono una merce

Dal buddismo all’Islam, dall’ebraismo al cristianesimo, tutte le fedi hanno affrontato la questione. Convergendo sul valore assoluto della dignità e della giustizia sociale

La riforma del lavoro è diventata un mantra che ha generato migliaia di paginate, una valanga di polemiche e persino una velatura di noia nel lettore. Reazioni legittime se non fosse sotteso un dramma reale che sconvolge molte vite individuali e familiari. «Il peggiore mestiere è quello di non averne alcuno», scriveva già nell’Ottocento Cesare Cantù. Non ho la competenza per aggiungere altro al tanto che si è detto e al non molto che finora si riesce a fare.

Vorrei solo offrire una curiosità che ho scoperto navigando in rete. Giunto al sito www.ilo.org dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un’agenzia dell’Onu che ha sede a Ginevra, mi sono imbattuto in un documento redatto in inglese, francese, spagnolo e arabo, intitolato “Convergenze” e dedicato «al lavoro dignitoso e alla giustizia sociale nelle diverse tradizioni religiose». A elaborarlo sono state quattro istituzioni religiose ufficiali, protestante, cattolica, musulmana ed ebraica. La lettura è interessante per varie ragioni. A partire da quella linguistica.

RICORDATE L’INTERVISTA concessa dal ministro Elsa Fornero al “Wall Street Journal” con la discussione semantica sull’uso del termine job invece di work per la questione del diritto al (posto di) lavoro? Ebbene, sia l’islam sia l’ebraismo per indicare il lavoro ricorrono a due termini che sono ambivalenti, l’arabo “amal” e l’ebraico “abodah”: essi valgono sia per l’operare professionale sia per l’atto di culto. Si giunge al punto di affermare – è un detto di Muhammad, il Profeta – che «colui che alla fine della giornata è esausto a causa del lavoro delle sue mani è perdonato da Dio».

Ma, al di là del lessico, ci sono “convergenze” di impronta nettamente sociale che potrebbero essere una base ideale per una riflessione anche “laica” e civile. Le riassume il direttore generale della stessa Ilo, il cileno Juan Somavia nella prefazione: «La dignità umana, la solidarietà e la connessione tra lavoro, giustizia sociale e pace ci pongono su un terreno comune». Si verifica, così, una preziosa alleanza tra le finalità alte delle religioni e quelle concrete dell’Organizzazione elencate in quattro punti cardinali: l’occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e i diritti fondamentali sul lavoro.

E’ INTERESSANTE, PERO’, intravedere nel testo anche le diverse sensibilità che generano iridescenze tematiche differenti. L’approccio cristiano è molto “incarnato” e quindi più sociale, impegnato e fin critico: tocca, infatti, le sfide della globalizzazione, le politiche commerciali, il lavoro della donna, le popolazioni indigene e il loro sfruttamento, la questione ecologica, la famiglia. Più “trascendente” è la prospettiva musulmana che distingue tra creazione (opera solo divina) e trasformazione (attività che è invece umana) e insiste sulle opere di carità (zakat, l’elemosina, è uno dei cinque pilastri della fede musulmana) che verranno compensate nell’aldilà. Per l’ebraismo il lavoro libero (si condanna la schiavitù) porta certamente benessere ma anche glorifica Dio. Nel buddhismo l’accento è più personale: l’individuo col lavoro si garantisce l’autonomia e la crescita umana interiore.

Le diversità di antropologia, di società, di cultura costituiscono la varietà colorata dell’umanità; ma è importante vedere queste quattro grandi espressioni religiose convergere verso alcuni crocevia comuni: la dignità umana del lavoratore, la solidarietà, la sicurezza e la giustizia sociale. Il “grande codice” della cultura occidentale, la Bibbia, non ha esitazione nell’assegnare al lavoro una funzione decisiva nella stessa ominizzazione. Si legge, infatti, nel libro della Genesi che «l’uomo fu collocato da Dio sulla terra per coltivarla e custodirla», e anche qui i due verbi sono curiosamente ambivalenti perché indicano pure il culto e la morale. Concludiamo risalendo all’altra sorgente della nostra cultura, la classicità romana. Tutti ricordano il motto virgiliano delle Bucoliche: omnia vincit amor. Ma è lo stesso poeta a offrirci nelle Georgiche questa variante: labor omnia vincit, il lavoro e non solo l’amore sono capaci di vincere ogni ostacolo nella vita.

di Gianfranco Ravasi – L’Espresso – 18 settembre 2012

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