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Lorenzin: la sanità non è solo ragioneria. Troppi poteri al Mef, Minsalute torni protagonista. Fuori la politica dai ruoli tecnico-scientifici

di Roberto Turno. Dice basta alla «visione ragionieristica» della sanità. Chiede di riportare la barra nella mani del suo ministero, quello della Salute, sottraendo (per quanto possibile) la golden share all’Economia. Promette dosi massicce di trasparenza e di qualità nella scelta del management, mettendolo al riparo dalle invadenze della politica soprattutto per i ruoli medico-scientifici. Chiede un deciso cambio di rotta nella governance del sistema pubblico.

E si dice pronta a scommettere sulla possibilità che le imprese della filiera della salute, a cominciare da quelle del farmaceutico, possano tornare a investire in Italia cifre miliardarie: «Basta dare loro la certezza e l’applicabilità delle regole, «ma nel massimo rigore», è convinta, tanto più dopo il maxi risarcimento da 1,2 miliardi (si veda articolo sopra) appena chiesto a tre imprese del settore per pratiche che avrebbero danneggiato il Ssn. A urne chiuse e a Governo più sicuro di sé, quando ormai il «Patto per la salute» con i governatori è forse davvero sulla rampa di lancio ed entro metà giugno potrebbe mostrare di che pasta è fatto, Beatrice Lorenzin rivela i piani per il futuro del Ssn.

Non s’è tirata indietro ieri la ministra della Salute in occasione del terzo «Health care summit» del Sole 24 Ore, intervenendo a tutto campo sollecitata dal dibattito aperto da esperti, regioni, medici, sindacati, imprese. Affiancata per la parte più prettamente industriale dal vice ministro allo Sviluppo, Claudio De Vincenti, che in materia di politica farmaceutica sta svolgendo da tempo un prezioso lavoro di chiarezza su numeri e prospettive del settore.

Il ministero dell’Economia, ha detto Lorenzin andando a ritroso a prima del Governo di Enrico Letta, negli ultimi anni ha svolto «un ruolo preponderante» e «ha gestito la politica sanitaria in un rapporto muscolare con le regioni, invece di limitarsi a un ruolo di controllo sui conti». Di qui il ruolo più forte che va garantito al ministero della Salute, senza più fare «le nozze coi fichi secchi», come è capitato alle regioni, ma in primo luogo agli italiani, che si sono visti sottrarre qualità e servizi. «I risparmi vanno fatti in un’economia di sistema», ha aggiunto il ministro. Ecco perché il «Patto» e la barra da riportare al suo ministero. Ma con le giuste cautele, è chiaro. Perché dalla tenuta dei bilanci, dai controlli, dalla lotta agli sprechi e alla corruzione, non se ne può fare a meno. Anzi. E dunque le regioni non credano di poter tirare i remi in barca, non è certo il tempo delle vacche grasse. «Le regioni devono fare la loro parte fino in fondo, devono fare un salto di qualità». Come del resto, ha garantito l’assessore dell’Emilia Romagna, Carlo Lusenti, sono pronte a fare. In un sistema, ha ricordato, che per 38 milioni di italiani, dal Nord fino al Lazio, è di alta qualità. Va da sé che sul «Patto», a partire dal nodo della distribuzione delle risorse, i governatori non sono esattamente tutti d’accordo, col Sud che chiede nuovi e diversi parametri. Come la «popolazione pesata», ha ricordato non a caso il rappresentante di Stefano Caldoro (Campania), Raffaele Calabrò.

Avanti allora a colpi di una governance riveduta e ampiamente corretta, promette il ministro. E insieme la certezza dei budget, senza i quali non c’è certezza di programmazione. E investimenti, come i 2 miliardi (almeno) necessari per rifare in parte il look agli ospedali. Poi l’addio alle scelte pilotate dei manager di asl e ospedali, da scegliere nell’ambito di un elenco nazionale attingendo a nuove professionalità e non ai soliti «guru». La discrezionalità della politica rimane, chiaro, ma con meno chance di farla da padrona. Tranne che nelle scelte delle figure medico-scientifiche: lì si che i partiti devono stare assolutamente alla larga.

Altro tasto delicato, quello degli investimenti delle imprese e dell’attrattività del sistema Italia. Che poi non è uno slogan, ma una necessità inderogabile per un Paese che non cresce e che non riserva un futuro ai giovani. «Ci vogliono norme rigorose, semplici, applicabili che ci consentano di avere miliardi di euro di investimenti industriali nei prossimi anni. Bisogna consentire all’industria di rimanere in Italia, produrre, fare innovazione», è sicura la ministra. Ma con la massima trasparenza e «il massimo rigore» dei comportamenti. Anche con un’Aifa dotata dei poteri e della capacità della Fda statunitense. Si vedrà, col «Patto», ma non solo. E si vedrà che effetto farà anche per i dipendenti del Ssn, a cominciare dai medici. Che, c’è da giurarlo, hanno fatto capire i rappresentanti dei due sindacati maggiori, Anaao e Cimo, non staranno soltanto a guardare.

Il Sole 24 Ore – 29 maggio 2014 

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