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Lorenzin: “Se non aiutiamo le famiglie per il welfare sarà un disastro. Abbiamo due problemi principali, la burocrazia e la scarsa attenzione alla conciliazione tra lavoro e figli”

Rosaria Amato. Non si tratta solo dei congedi parentali. Secondo Beatrice Lorenzin, ministro della Salute e madre di due gemelli di due mesi, Francesco e Lavinia, la questione va affrontata in maniera globale: non è solo un problema delle donne, e neanche dei genitori, se non si aiutano le famiglie con figli «tra 20 anni ci sarà un numero drammaticamente basso di giovani che lavorano e pagano i contributi» con conseguenze disastrose sul welfare.

Anche quando le norme vengono finalmente approvate, non vengono attuate, il caso dei congedi parentali a ore è emblematico. «In questa vicenda ci sono due ordini di problemi: uno riguarda il modo in cui in Italia vengono attuate le norme, la lentezza della burocrazia, e l’altro la sottovalutazione delle questioni legate alla cura dei bambini. Comunque ho visto che il ministro Poletti è intervenuto per sbloccare la procedura e sono sicura che, come ha annunciato nel comunicato diffuso oggi, con l’approvazione del decreto sugli ammortizzatori sociali le norme, finora introdotte in via sperimentale, entreranno a regime anche per i prossimi anni. Però non basta: il tema vero è quello di un piano nazionale per combattere la denatalità, io ho cominciato dal punto di vista sanitario con il piano sulla fertilità ».

A quali interventi pensa in particolare?

«Il tema della denatalità va visto come questione culturale, sociale ed economica. Un Paese come il nostro con una media di 1,3 figli per donna rischia uno svuotamento che già tra vent’anni non ci permetterà di affrontare il welfare. Bisogna prendere consapevolezza del problema e cominciare ad affrontarlo in modo concreto, anche il decreto Poletti va nella direzione giusta».

Neanche il decreto Poletti però innova abbastanza sotto il profilo della flessibilità: in Italia le norme di tutela delle donne in gravidanza sono troppo rigide, però poi dopo quando i bambini crescono si fa troppo poco.

«Infatti io penso per la maternità a un monte mesi che ogni donna dovrebbe avere la possibilità di giocarsi come vuole. La rigidità in origine era una forma di tutela, però certo adesso norme di questo tipo sembrano deconte-stualizzate, in un’epoca in cui si lavora con iPad e conference call. Servono meccanismi di flessibilità che tutelino al contempo le donne, ma c’è anche un problema di prospettiva: la maternità deve diventare un patrimonio della comunità. L’assenza di bambini ha portato alla diminuzione della sensibilità sociale, una volta erano in tanti a occuparsi dei piccoli, le mamme non venivano lasciate sole. Nel resto del mondo va in un altro modo, ci sono anche top manager con tre-quattro figli».

Da noi invece c’è il tasso di occupazione femminile più basso della Ue con l’eccezione di Malta.

«Quello sull’occupazione femminile è un dato drammatico, con una differenza enorme tra Nord e Sud. Noi sappiamo benissimo che se tutte le donne lavorassero ci sarebbe un balzo enorme della crescita. Come Ndc abbiamo presentato il disegno di legge “Family Act”, un poderoso piano di interventi per 8 miliardi di euro a favore della famiglia che prevede molte misure di conciliazione ».

Flessibilità significa anche coinvolgere di più i padri.

«Le leggi attuali prevedono anche i congedi per i padri: se non li prendono perché è un disvalore, il problema è culturale. Quando si parla della questione femminile a volte sembra che si tratti di qualcosa di superato, e invece è ancora una lotta quotidiana, che si sta vincendo, però la parità è ancora lontana»

Repubblica – 14 agosto 2015 

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