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«Pensioni, Renzi vuole fare un regalo al sistema banche-assicurazioni». Camusso: flessibilità in uscita senza penalizzazioni a partire dai 62 anni

di Enrico Marro. Il premier Renzi ha annunciato che dal 2017 ci sarà l’Ape, cioè l’assegno pensionistico per chi si ritira prima dal lavoro. Finalmente la «flessibilità in uscita»? «Speriamo che quest’Ape non si riveli una vespa fastidiosa — sorride il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, nel suo ufficio al quarto piano di Corso Italia —. Battute a parte, le parole del presidente del Consiglio sono anche il risultato dell’iniziativa di Cgil, Cisl e Uil. Renzi ha anche detto che avvierà un confronto con le parti sociali. Sarebbe una straordinaria novità. Chiediamo che ci convochi, augurandoci che la loro proposta non sia un cerotto».

Perché un cerotto?

«Tanto per dirne una, ci piacerebbe capire se la proposta non sia temporanea, riservata cioè ai nati nel 1951-52-53. Non è quello che serve».

Cosa serve invece?

«La flessibilità in uscita senza penalizzazioni dai 62 anni e un’articolazione delle età di pensionamento che tenga conto del lavoro svolto. In Germania, tanto per stare al modello tedesco, non esiste che gli operai vadano in pensione a 67 anni. Escono tutti prima».

Perché non dovrebbero esserci le penalizzazioni?

«Perché sono già contenute nel sistema contributivo pro rata. Invece, nell’Ape c’è una doppia penalizzazione: il taglio permanente della pensione e l’assegno anticipato sotto forma di prestito. Un regalo a banche e assicurazioni».

Stravolgere la Fornero metterebbe a rischio la tenuta dei conti pubblici.

«Tenere la Fornero mette a rischio la tenuta sociale del lavoro perché, semplicemente, la gente non ce la fa più. Basterebbe andare nelle imprese e vedere che livelli hanno raggiunto i lavoratori con ridotte capacità lavorative».

Ma come andrebbe finanziata la flessibilità in uscita?

«Cominciamo col dire che per fare i giusti paragoni in Europa dalla spesa previdenziale, va scorporata l’assistenza. Inoltre, siamo uno dei pochi Paesi dove sulle pensioni si pagano le tasse. Infine, una parte delle risorse si possano trovare nel sistema, per esempio con un contributo sulle pensioni più alte».

Frutterebbe molto poco.

«Sarebbe una misura eticamente giusta. Penalizzare magari del 12% pensioni da mille euro va bene e invece chiedere un contributo redistributivo su quelle da 3mila no?».

La Cgil contesta la politica economica del governo, eppure c’è una modesta ripresa del Pil e dell’occupazione.

«La politica economica di questo governo è continuista. L’Italia resta caratterizzata da scarsa crescita e instabilità economica. L’esecutivo non ha affrontato i problemi strutturali mentre servirebbe una politica per dare lavoro ai giovani».

Lavoro pubblico?

«Ci sono periferie e centri storici da riqualificare, una politica ambientale da promuovere. E se parte il pubblico si possono coinvolgere i privati. Ad esempio, ci sono infrastrutture da realizzare, sostenendo l’innovazione e le imprese che investono».

Vuole tornare alle partecipazioni statali.

«Non necessariamente, ma questo Paese deve ringraziare le partecipazioni statali perché l’ossatura fondamentare della nostra industria è ancora quella dell’Iri. I Paesi che vanno bene in Europa, a cominciare dalla Germania, sono caratterizzati da un dirigismo in economia: programmano e investono. Da noi, invece, Italcementi viene venduta e nessuno si pone il problema di un’azienda innovativa, competitiva, in un settore fondamentale per la crescita, che finisce all’estero».

Che effetto le hanno fatto Brunetta e Polverini di Forza Italia che hanno elogiato l’iniziativa della Cgil della Carta dei diritti del lavoro?

«Anche i Cinque stelle e Sinistra italiana hanno mostrato interesse. Poi non è che Forza Italia ha detto che condivide tutto della nostra proposta di legge di iniziativa popolare, ma che si impegnerà affinché non finisca nel cassetto. Mi pare un atteggiamento corretto. La prossima settimana incontreremo il Pd».

Insieme alla Carta avete promosso tre referendum abrogativi, tra i quali quello per ripristinare l’articolo 18 e anzi allargarlo alle aziende con più di 5 dipendenti. Quando si potrebbero svolgere i referendum e la Cgil è consapevole del rischio di una sconfitta peggiore di quella sulla scala mobile?

«I referendum si svolgeranno, credo nel 2017, se la Corte li ammetterà e se il Parlamento non discuterà la nostra proposta. Noi abbiamo cercato un’interlocuzione con questo governo perché il mondo che rappresentiamo ritiene queste norme ingiuste. Ma l’esecutivo ha scelto i soliloqui. Noi non possiamo stare fermi. Portiamo avanti le nostre battaglie».

Il Corriere della Sera – 6 maggio 2016 

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