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«Più valore ai prodotti e alle aziende». Gli agricoltori riuniti a Milano chiedono etichettatura obbligatoria e maggiori margini di guadagno

Rafforzare le sinergie Utile per garantire l’origine degli alimenti potrebbe essere anche stringere collaborazioni con trasformatori e distributori. «Gli incentivi europei? Ben vengano, malacosa più importante è che le istituzioni ci aiutino a valorizzare i nostri prodotti, attraverso un’etichetta corretta, che garantisca l’origine, la qualità e il valore aggiunto del made in Italy. E, quindi, margini più ampi per i produttori».

Cesare Fedeli, terza generazione alla guida dell’azienda di famiglia, nel Milanese, con i suoi 23 anni e una laurea alla Bocconi, sintetizza perfettamente il nuovovolto dell’agricoltura italiana. Giovane, dinamica e competente: perché, aggiunge, «oggi non bastano più buone idee e capacità nel produrre, ma servono competenze imprenditoriali e manageriali».

I margini di guadagnoper i produttori, concordano infatti le voci delle tante aziende del NordItalia riunite ieri aMilano perl’incontro della Coldiretti, sono sempre più stretti, con i prezzi alla produzione invariati da anni e i costi, invece, in continuoaumento, per garantire la qualità che distingue l’Italia dagli altri Paesi. Diventano dunque essenziali lungimiranza, conoscenza dei meccanismi del mercato e capacità di stringere collaborazioni e sinergie con i trasformatori ei distributori, odi creare piccole realtà imprenditoriali capaci di fare tutto, dalla produzione alla vendita (spesso diretta). È quello che ha fatto l’azienda agricola “Il Montizzolo” di Caravaggio (Bergamo), di cui Paolo Belloli, 32 anni, è contitolare: «Negli anni ’80 mio zio intuì che con il solo allevamento dei suini non saremmo andati avanti – racconta – perciò iniziò anche a trasformare la carne in salumi, che oggi vendiamo in una nostra bottega che ospita altri prodotti italiani, e da questa sera siamo anche un agroristorante, che mette a tavola i nostri prodotti».

Unmodello industriale che paga, machenon sempre i produttori hanno la forza economica o la capacità imprenditoriale di mettere in piedi. Un’alternativa, suggerisce Fabio Benedetti, titolare di un’azienda viticola e di ortaggi a Sacile (Pordenone), potrebbe essere «migliorare i contratti di filiera, soprattutto attraverso i Consorzi agrari, in modo che una parte del valore aggiunto rimanga ai produttori, mentre oggi in gran parte va ai trasformatori». Esperienze di micro-filiere e collaborazioni stanno aumentando in Italia, soprattutto tra piccole realtà, ma non mancano i casi di accordi che coinvolgono la grande industria. Oltre al vantaggio economico per chi produce, una maggiore sinergia tra i vari livelli della filiera darebbe garanzie sul controllo dell’origine dei prodotti, per valorizzare davvero il made in Italy e tutelare, oltre ai consumatori, anche gli agricoltori dalla concorrenza sleale.

Era questo il tema più discusso nella platea della Coldiretti a Milano, che chiedevasoprattutto certificazione, etichettatura e controlli. In totale sintonia con il palco dei rappresentanti di categoria e istituzionali, applauditissimi (da Zaia alla Serracchiani, da Maroni a Martina) quandohannorivendicato la difesa dell’identità e della qualità del made in Italy, contro gli Ogm o le “furberie” dell’Unione europea. «Ben vengano controlli e regolamentazioni – dice ad esempio Alessandro Rota, 28 anni, un ingegnere che ha scelto di lavorare nell’azienda di cereali di famiglia, in Lombardia –. Ma il valore aggiunto che risulta dalle verifiche, deveessere monetizzato dalle aziende».

Il nodo fondamentale è l’Europa: «Dobbiamo ottenere l’etichettatura obbligatoria – spiega Flavio Rezzadore, che da 35 anni produce radicchio e altri ortaggi con la sua piccola azienda di AsiglianoVeneto(Vicenza) –. Molti consumatori sono disposti anche a pagare di più pur di comperare prodotti italiani. Perciò non è possibile etichettare come “made in Italy” prodotti che sono soltanto confezionati in Italia, ma con materie prime che arrivano da altrove». Importantissime sono dunque le elezioni Europee di domenica, «per mandare a Strasburgo persone preparate, competenti del nostro settore e capaci di far valere le ragioni dell’Italia», dice Bruno Marino, 40enne allevatore di Mondovì (Cuneo). E ancora di più, il semestre italiano di presidenza Ue. A maggior ragione in vista di Expo 2015, grande opportunità per far conoscere al mondo l’agoalimentare italiano. Soprattutto per i giovani, che in questo settore sono davvero tanti (30mila le imprese giovanili avviate dall’inizio della crisi), coValore export agroalimentare 2007-2013 me saltava agli occhi all’incontro della Coldiretti. Giovani che seguono le orme dei genitori, come Ilenia Benetti, che a 19 anni sta finendo il liceo scientifico ma già affianca i genitori nell’azienda di famiglia, nel Vicentino, o come Carlo Maria Recchia, 20 anni, cremonese, che dopo la maturità in agraria ha “fatto il salto”, avviando un’azienda che produce mais “corvino”, una varietà antichissima e dimenticata, che ha scoperto durante i suoi studi. Per loro lo scoglio più grande è spesso l’eccesso di burocrazia, difficile da comprendere e dai tempi lunghissimi: «Ci ho messo sette anni per concretizzare un’idea che avevo da sempre nella mia testa – racconta Stefania Bronzina, 40enne titolare di un’azienda agricola vicino alla Spezia –. Ho pensato spesso di mollare, ma alla fine ce l’ho fatta e oggi l’azienda è cresciuta con un laboratorio per trasformare i prodotti e un agriturismo».

Agricoltori contro la «miopia» Ue. Chieste più tutele per il made in Italy. Il ministro Martina: «Pronta la stretta antifrodi»

Un’autentica croce quella del falso made in Italy, che vale 60 miliardi nel mondo, con frodi alimentari cresciute del 248% fra il 2007 e il 2013, anno per il quale il fatturato delle agromafie viene stimato nell’ordine dei 14 miliardi. «Stiamo lavorando per migliorare le misure di contrasto – spiega il ministro Martina – all’interno del decreto “Campo libero”, che presenteremo nei prossimi giorni». E quello delle frodi alimentari è uno dei punti centrali attorno al quale era evidente l’unanimità di vedute con tutti gli attori della filiera che ieri ci hanno messo la faccia a Milano, in uno slancio di sistema che senz’altro rappresenta una novità e allo stesso tempo un punto imprescindibile. Erano presenti i governatori e altri rappresentanti delle Regioni del Nord e sullo stesso palco, oltre a Moncalvo e al ministro Martina, c’erano Paolo Barilla, vicepresidente Barilla (si veda altro articolo in pagina), ma anche Eleonora Graffione, presidente del consorzio del commercio associato Coralis, e Rosario Trefiletti di Federconsumatori. All’incontro hanno preso parte anche Giancarlo Caselli, presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare di Coldiretti, e Diana Bracco, commissario generale del Padiglione Italia Expo 2015.

Del resto Milano sarà fra poco meno di un anno il teatro della Esposizione universale che ha scelto come tema “Nutrire il Pianeta”. «Bene l’azione di pulizia di fronte allo scandalo degli appalti truccati – ha detto Moncalvo – ma a meno di un anno dall’inizio dell’Esposizione stiamo ancora parlando del contenitore e non del contenuto». Invece questa è l’occasione per mettere in vetrina un settore da vedere anche e soprattutto come una leva per l’occupazione, come dimostrano anche le 17mila nuove aziende con titolari under 30 nate dal 2010.

Una giusta politica europea potrebbe quindi essere la pietra filosofale, o un autentico cappio al collo. C’è il tema dell’etichettatura (obbligatoria per certi alimenti e per altri no tanto da far dire a Coldiretti che «metà della spesa è anonima»), quello degli Ogm, o la proposta di alcuni Paesi Ue di abolire la data di scadenza in etichetta per alcuni cibi. Qui l’Europa che verrà fuori dalle urne domenica dovrà anche fare i conti con le sue responsabilità, certo non esclusive, e con «la burocrazia opprimente. Con troppi spazi in cui può inserirsi l’illegalità. Serve un registro unico dei controlli e non controlli reiterati più e più volte. Si perde tempo e la voglia di lavorare», tuona Moncalvo. E giù applausi dalla platea. In Italia sono stati importate ben 155 milioni di chili di concentrato di pomodoro nel 2013: il 15% della produzione da industria in Italia, di cui quasi 58 milioni di chili dagli Usa e 29 milioni dalla Cina

Il Sole 24 Ore – 22 maggio 2014

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