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L’ultima paura delle case per anziani. “Il nostro personale non vuole vaccinarsi”. Record di contrari dal Piemonte al Lazio: ci sono casi in cui solo un operatore su dieci si è detto disponibile

Repubblica. Tutta l’attenzione era puntata sugli ospedali. Sapere come avrebbero risposto i camici di diverso colore che lavorano in corsia era la domanda più urgente. Ora però i numeri e le storie che stanno emergendo dimostrano che l’anello debole del sistema sanitario potrebbero essere ancora una volta le Rsa. Proprio le residenze per anziani, le case di riposo pubbliche e private dove sono morti nonni e genitori, dove i sopravvissuti sono rimasti chiusi per mesi, soli, pieni di nostalgia, potrebbero non farcela a scrollarsi di dosso l’etichetta di luoghi del pericolo.
Infermieri e operatori socio-sanitari non sembrano infatti per nulla intenzionati a farsi vaccinare. Lo raccontano i familiari che sondano gli umori, lo ammettono i direttori sanitari delle strutture, lo confermano le cifre raccolte da chi ha provato a capire con quali difficoltà doversi confrontare. In Piemonte, l’Associazione nazionale Anaste (7.000 posti letto distribuiti nella regione, 60 mila in Italia) ha realizzato un sondaggio su mille dipendenti su 3.800 lavoratori in servizio. Il risultato è sconfortante: il 70 per cento ha dichiarato di essere contrario a sottoporsi al vaccino di Pfizer. «La metà si dichiara vicina alle posizione dei No-Vax — racconta Michele Assandri, presidente di Anaste Piemonte — Gli altri ritengono di essere poco informati sugli effetti collaterali. Aggiungono che potrebbero cambiare idea ma solo dopo chiarimenti scientifici più rassicuranti».
Una anomalia piemontese? Non è così a sentire il presidente di Anaste nazionale, Alberto De Santis: «Soltanto ieri è stato pubblicato il bugiardino in italiano che ci avrebbe consentito di partire con una campagna di informazioni. In assenza di indicazioni chiare i lavoratori sono spaventati. Nelle Rsa italiane c’è una situazione di stallo, stanno tutti alla finestra». Nel periodo tragico dell’emergenza nelle nostre strutture c’è stato un turnover incredibile — è l’analisi delle direttrice di una importante struttura alle porte di Torino — Molti lavoratori hanno partecipato ai bandi della sanità pubblica e sono andati via. Il personale cambia in continuazione, molti si affacciano da poco a questa professione. Manca forse in alcuni la sensibilità che si può acquisire con l’esperienza».
La voce di Anaste non è isolata: il consorzio Obiettivo sociale, tre cooperative e 1.000 posti letto in Piemonte, conferma i numeri dopo un controllo dipendente per dipendente: «Ci sono situazioni migliori, dove non si supera mai il 50 per cento, e altre dove otto su dieci non ne vogliono sapere. Abbiamo un caso dove, su 50 dipendenti, 48 ci hanno comunicato di essere contrari», dice il presidente Paolo Spolaore, numero due di Confindustria Piemonte per l’area della sanità.
Nel Lazio la situazione appare quasi peggiore: medici esclusi, il personale sanitario delle Rsa (25mila persone tra infermieri, tecnici, amministrativi) rifiuta il vaccino. Le direzioni hanno inviato una mail ai dipendenti chiedendo l’adesione. Ci sono casi in cui soltanto uno su dieci ha detto di essere disponibile. Il 30 dicembre è prevista una riunione tra l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato e i sindacati delle strutture private, l’Aiop, l’Associazione italiana che raccoglie le strutture di area laica, e l’Aris, quella religiosa. E dietro alle dichiarazioni ufficiali fa capolino l’idea che gli appelli possano trasformarsi in velate minacce: di fronte a un focolaio l’unico untore può essere il dipendente, visto che i parenti non sono più entrati e gli anziani saranno presto vaccinati e isolati. Va meglio in Toscana, qui l’Anaste è soddisfatta: «Hanno aderito 8.700 operatori su 11mila».
Luca Degani è il presidente di Uneba, la principale associazione italiana di area cattolica che riunisce i due terzi delle strutture in Italia e in Lombardia ha 400 case di riposo. Non teme di citare il tabù del licenziamento: «Se qualche operatore non si vaccina, il problema vero sarà come accettarlo a lavorare in una struttura per anziani». Qui, finora, nessun numero certo: «Non ci sono ancora i moduli, ma la mia posizione è che l’adesione alla campagna vaccinale debba essere a tappeto: tutti gli operatori, tutti gli ospiti, devono fare il vaccino anti-Covid. Non ci sono alternative». Anche i sindacati, aggiunge Degani, concordano: «Anche il sindacato è sulle nostre posizioni in Lombardia. Chi non si vaccina a mio parere non dovrebbe più avere contatti con la popolazione fragile che sta in Rsa». Gli ospiti nelle case di riposo lombarde erano 70 mila prima dell’epidemia. Oggi sono tra 55 e 60 mila: «Ci sono stati 6-7 mila morti». L’appello è anche di FederAnziani, la Federazione che ha l’obiettivo di tutelare gli anziani, 3.700 centri in Italia,: «Se c’è un posto dove si devono vaccinare tutti sono proprio le Rsa. Il disastro non deve ripetersi». Una speranza dalla Puglia: Maria Caldarulo, 94 anni, ospite di una rsa di Bari, sarà oggi una delle testimonial del V-Day. — ha collaborato rory cappelli

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