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«Manca l’impegno del 40% degli Stati. Così le emissioni saliranno ancora». Espinosa, leader della Convenzione Onu: previsto nel 2030 un aumento del 16% rispetto al 2010

«Greta e Vanessa danno un contributo importante nella presa di coscienza dei leader e della società, ma su alcuni aspetti ho opinioni un po’ diverse. Seguo questo processo multilaterale da molto tempo e in realtà ci sono stati notevoli passi avanti nel dialogo tra giovani e governi». La messicana Patricia Espinosa da cinque anni è segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e, dietro quel suo approccio pacato e tranquillo, cela un’abilità diplomatica molto raffinata. D’altronde, «non è facile mettere d’accordo 200 Stati».

Dai negoziati Pre-Cop a Milano si aspetta qualcosa di più del «BlaBlaBla» di cui vi accusa Greta Thunberg?

«Dobbiamo, finalmente, raggiungere una serie di intese riguardo ai temi della Conferenza. L’accordo di Parigi è un patto di speranza, in cui tutti i Paesi si impegnano a ridurre le emissioni e combattere il cambiamento climatico. Qui si parlerà di ambizione, mercati, trasparenza… I temi di negoziato sono tutti sul tavolo di Milano e lo saranno a Glasgow. Su nessuno, finora c’è l’accordo».

A Parigi i Paesi si erano impegnati a presentare piani climatici più ambiziosi entro 5 anni, ossia entro il 2020…

«Al 31 luglio, 113 Paesi avevano presentato nuovi piani nazionali, manca ancora il 40% dei Paesi parte dell’accordo di Parigi. Dopo ne sono arrivati altri, non molti in verità. In base agli Ndc (Nationally determined contributions) ricevuti, sfortunatamente, lo scenario non indica una riduzione, ma piuttosto un aumento di emissioni del 16% nel 2030 rispetto al 2010. Ci sono anche segnali incoraggianti: se analizziamo solo i 113 Paesi che hanno presentato piani aggiornati, si stima una riduzione del 12% al 2030. Tuttavia, siamo ancora lontani da ciò che serve al pianeta».

La finanza climatica

I 100 miliardi l’anno. ai Paesi fragili? Ancora non ci sono, ma gli Usa raddoppieranno la quota

Quale ruolo devono assumere Stati Uniti ed Europa, ma anche la Cina che oggi è il Paese che emette più CO2?

«Apprezzo la strada intrapresa dai Paesi sviluppati: l’Ue con il Green Deal, gli Usa con i nuovi Ndc dopo il rientro nell’accordo di Parigi. Ma non è sufficiente. Dobbiamo continuare a cercare opportunità per migliorare le ambizioni, molti Paesi ad esempio mantengono sussidi e investimenti molto alti nel settore dei combustibili fossili. Per quanto riguarda la Cina — che da parte sua ricorda sempre che le sue emissioni pro-capite restano inferiori a quelle del mondo sviluppato — Pechino ha annunciato di voler raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. Noi vorremmo che quel “prima” fosse più vicino al 2050, come ci chiedono gli scienziati dell’Ipcc. Però interpreto questa indeterminatezza come una scelta di flessibilità per continuare ad aggiustare la scadenza anche in base agli sviluppi tecnologici».

La transizione energetica ha un costo, che in Francia ha scatenato la protesta dei gilet gialli e ora quelle contro il caro-bolletta. Come si evita che pesi sui più deboli?

«Non c’è una ricetta univoca. Se però contabilizzassimo i costi degli eventi idrometeorologici estremi, che stanno provocando tante perdite umane, materiali e finanziarie, a mio parere il prezzo dell’inazione è molto superiore. Sarà un processo complesso, ma ci sono buoni esempi, come la transizione per eliminare il carbone in Germania».

Le difficoltà

Tra i ragazzi e i governi il dialogo è migliorato. Ma non è facile mettere d’accordo 200 nazioni

Si aspetta progressi sulla «finanza climatica», i promessi 100 miliardi l’anno per i Paesi fragili?

«Non è ancora stato mantenuto quell’impegno ma sono più ottimista dopo che gli Usa hanno annunciato di voler raddoppiare il loro contributo. E spero che al prossimo G20 ci sia la volontà di mobilitare risorse. Sappiamo bene che per la trasformazione di cui stiamo discutendo non basteranno quei 100 miliardi e che si dovranno mobilitare anche gli investitori privati. Il G20 ha una responsabilità speciale perché quei venti Paesi sono responsabili dell’80 per cento delle emissioni. Spero che i governanti diano prova di vera leadership».

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