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Manovra, chi paga è il ceto medio. I contribuenti su cui grava il finanziamento della spesa per prestazioni sociali sono 5 milioni. Chi paga le tasse è penalizzato.

Non è credibile che i lavoratori con oltre 35mila euro l’anno di ricavi siano solo il 13 per cento del totale

Secondo il rapporto di Itinerari previdenziali e Cida (Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità), che sarà presentato oggi al Cnel, sulla base dei redditi 2020 (dichiarazioni 2021), su poco più di 41 milioni di contribuenti sono appena 5 milioni a caricarsi il peso di quasi il 60% dell’Irpef versata nelle casse dello Stato.

Come sottolinea Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, sono questi 5 milioni di italiani a caricarsi il Paese sulle spalle: «Il fatto che i lavoratori con redditi superiori a 35 mila euro lordi siano appena il 13% apre a un’unica alternativa: o stiamo scivolando verso un impoverimento generale non adeguato a una potenza industriale oppure in questo Paese c’è un sommerso enorme». Con ricadute da non sottovalutare: «Il risultato è il danno per chi onestamente continua a contribuire al welfare e alla solidità dei conti pubblici e che, negli ultimi decenni, è stato costantemente penalizzato – aggiunge Cuzzilla – da blocchi della perequazione, rivalutazioni parziali e contributi di solidarietà, perdendo potere d’acquisto». E, riferendosi alla manovra appena approdata in Parlamento, il presidente di Cida segnala anche un rischio beffa per chi «vedrà tagliato in modo lineare l’adeguamento dell’assegno pensionistico e poi non potrà accedere, dato il tetto previsto, a quota 103 che è finanziata proprio da quei tagli».

Nello studio Itinerari previdenziali fa notare che sono stati necessari 122,72 miliardi per la spesa sanitaria, 144,76 per l’assistenza sociale e altri 11,3 per il welfare degli enti locali. A conti fatti si tratta di 278,78 miliardi di euro, il cui finanziamento è a carico della fiscalità generale. In pratica, le risorse per garantire la spesa sociale sono arrivate da Irpef, addizionali, Ires, Irap e imposte sostitutive e anche oltre 50 miliardi di imposte indirette. Ma, come anticipato, il carico è tutt’altro che diviso equamente. Anzi, secondo la ricerca, con il passare degli anni il divario tra chi dichiara e versa e chi non lo fa, o perché è incapiente o perché non è tenuto a farlo, sta aumentando. Nella ricostruzione effettuata dallo studio, infatti, «il 79,2% degli italiani dichiara redditi fino a 29mila euro e corrisponde solo il 27,57% di tutta l’Irpef, e quindi un’imposta neppure sufficiente a coprire la spesa per le principali funzioni di welfare». Sono quindi poco più di 5 milioni di versanti con redditi superiori ai 35mila euro a sostenere il peso del finanziamento del welfare state italiano. Ed esaminando le dichiarazioni a partire dagli scaglioni di reddito più elevato, sopra i 100mila euro c’è appena l’1,2% dei contribuenti a cui, però, fa capo il 19,91% delle imposte. Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55mila a 100mila euro (che sono poco meno di 1,4 milioni, ossia il 3,4% del totale, e pagano il 18,1% del totale delle imposte), si ottiene che il 4,6% paga il 38% dell’Irpef. Includendo anche i redditi dai 35mila ai 55mila euro lordi, risulta infine che il 13% paga quasi il 60% dell’imposta sui redditi delle persone fisiche.

Dalla ricerca emerge, pertanto, come un numero sempre più esiguo di contribuenti paga sempre di più. In tutto questo non si può dimenticare il problema del sommerso e dell’evasione. Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, rileva «una differenza tra le diversi classi troppo marcata e destinata ad acuirsi per effetto dei recenti provvedimenti che aumentano importo e platea dei destinatari di bonus e agevolazioni varie. Giusto aiutare chi ha bisogno ma i nostri decisori politici tendono a trascurare come queste percentuali dipendano in buona parte da economia sommersa, evasione fiscale e assenza di controlli adeguati, per le quali primeggiamo in Europa: è davvero credibile che oltre la metà degli italiani viva con meno di 10mila euro lordi l’anno?».

Tra i tanti paradossi dell’Irpef emerge anche come ci sia una redistribuzione delle risorse: il 40% di tutte le entrate e circa il 100% delle imposte dirette va quasi interamente a quel 58% di popolazione che come contribuenti dichiara fino a 20mila euro. Mentre poco o nulla va a quei 5 milioni di paganti. «Un costante trasferimento di ricchezza, sotto forma di servizi gratuiti di cui quest’enorme platea di beneficiari non si rende neppure conto – puntualizza Brambilla – davanti alle ripetute promesse di nuove elargizioni da parte della politica e alla continua minaccia di abolizione delle tax expenditures per i redditi da 35mila euro in su».

Per lo studio di Itinerari previdenziali e Cida un maggiore sviluppo del welfare aziendale accompagnato dalla detassazione dei premi di produttività potrebbe essere la strada per ridurre il carico fiscale e contributivo, ma sarà importante semplificare l’iter di accesso al welfare aziendale il cui eccesso di burocrazia ne ostacola l’utilizzo da parte delle piccole e medie imprese. In termini di ritorni per il lavoratore sarebbe pari fino al 15% per i redditi fino a 15mila euro e all’8% per quelli da 25mila.

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