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    Notizie ed Approfondimenti

    Mario Tozzi: “In poche ore l’acqua di sei mesi, il cemento dell’uomo ha fatto il resto” I modelli climatici del secolo scorso avevano previsto questa deriva, ma nessuno ha fatto nulla

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati17 Maggio 2023Aggiornato:13 Dicembre 2023Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Quando in pochi giorni, qualche volta in ore, piove la stessa quantità d’acqua che in passato cadeva in sei mesi, non sembrerebbe si possa aggiungere altro: stavolta è tutta colpa della pioggia, di queste alluvioni più o meno improvvise che colpiscono la Penisola. A guardar bene, non si tratta più di fenomeni inaspettati, almeno dal 1996, quando la prima «bomba d’acqua» (termine assolutamente improprio, ma efficace) investì la Versilia con il suo corredo di dodici vittime, danni e distruzioni. E, ormai lo abbiamo compreso, si tratta di eventi comunque riconducibili alle azioni dei sapiens, in particolare di quelle attività produttive basate sulla combustione che hanno vomitato in atmosfera talmente tanta anidride carbonica da farci superare le 420 ppm (parti per milione), mentre fino agli Anni 50 del XX secolo mai si erano superate le 300 ppm. I «flash flood» (termine magari non concesso, ma molto efficace) sono figli dell’estremizzazione del clima che contrassegna l’attuale cambiamento climatico, nel quadro di una recrudescenza delle perturbazioni meteorologiche a carattere violento che gli scienziati avevano ben previsto e scritto nei loro rapporti. Quindi, sì, è colpa della troppa acqua piovuta, ma, in ultima analisi, sempre nostra, che non solo non vogliamo rendercene conto, ma che non mettiamo in piedi un’azione decisiva che sia una per intervenire sulle cause.
    Da questo punto di vista il futuro meteorologico è già segnato, specialmente in Italia, Paese spaccato in due, con il Nord alluvionato e il Sud siccitoso, ma con ampie possibilità di scambio delle parti. Ondate di calore ai limiti della sopportazione biologica degli uomini, siccità prolungate, incendi immensi, tempeste più violente, più numerose, più frequenti, fuori dai tradizionali confini geografici e di stagioni: questo lo scenario, solo apparentemente contraddittorio, che viene dipinto dai climatologi, e non perché siano catastrofisti. La prova provata che gli specialisti hanno ragione sta nel fatto che ci hanno sempre azzeccato e che quanto paventato dai modelli climatici si sta inesorabilmente avverando. La dimostrazione? Le «major corporation» petrocarbogassifere avevano commissionato studi specialistici, pagando i migliori climatologi del mondo fra gli Anni 70 e 90 del XX secolo. Questi studi sono oggi pubblici e mostrano una straordinaria precisione, per esempio avendo colto in pieno che, proprio in questi anni, si sarebbero superate le 420 ppm di CO?. Quindi gli scienziati, anche quando pagati da chi aveva interesse a negare conseguenze catastrofiche, hanno fatto benissimo il loro lavoro (1), la climatologia è scienza vera (2) e le corporation sapevano tutto, ma non hanno agito (3). Con buona pace di chi accusa l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) o il Wmo (World Meteorological Organization) di essere al soldo dei poteri forti: più forti dei combustibili fossili, ancora oggi, non c’è nessuno.
    Ma il cambiamento climatico non basta. Da noi gli eventi naturali diventano catastrofici per un fattore peggiorativo, ancora dipendente da noi sapiens: il modo in cui abbiamo trattato il territorio. E non si tratta, in questo caso, degli abusi edilizi di Ischia o Giampilieri, ma dell’alluvione di cemento e asfalto con cui abbiamo ricoperto l’intero territorio nazionale, legittimamente, ma senza una minima attenzione a versanti, corsi d’acqua e coste. A vedere le immagini dall’alto della Romagna e delle Marche si rimane sconcertati: i fiumi costretti in un abito da canali artificiali, rinchiusi in argini impossibili, violentati da ponti troppo bassi, tombati sotto paesi e città, occupati in ogni singola golena, sbarrati da dighe e briglie fino quasi a non vedere il loro sbocco naturale. Se togli spazio a un fiume, quello prima o poi se lo riprende, e a nulla varranno altre opere in un contesto climatico così estremo. Anzi, no, varranno i sistemi che rinaturalizzano il territorio, varranno gli spostamenti, dolorosi, ma obbligati di case e capannoni, varrà una pianificazione «dolce» delle poche opere che occorrono davvero. Come in Versilia, dove ci sono state altre piogge importanti dopo quel 1996, ma pochi danni, e come nel resto d’Europa, dove si tende a lasciare i fiumi liberi di esondare a monte delle città, nelle pianure alluvionali che, come dice il nome, sono fatte proprio per questo. A patto di non averci costruito sopra. —
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