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Germania, crescono vegetariani. Non motivi igienici ma amore animali

È di cattivo gusto ricordarlo: Hitler era vegetariano. Secondo alcuni, certi suoi comportamenti anormali derivano dalla sua rinuncia alla carne. Ma quando era agli inizi, a Monaco, amava andare all’Osteria italiana, sulla Schellingstrasse, nel quartiere degli artisti a Schwabing, il primo ristorante italiano in Germania, a gustare i prediletti spaghetti al pomodoro.

Si può sostenere che il nazismo è colpa dei napoletani?I vegetariani hanno goduto per anni di una cattiva nomea. Accusati di fanatismo, ma i tempi sono cambiati. Ogni giorno, sostengono gli istituti demoscopici, duemila tedeschi danno addio ai würstel e agli hamburger, in tutto 720 mila all’anno. I «vegetarier» sarebbero almeno l’8%, tra i 7 e gli 8 milioni, quindici volte più numerosi in confronto al 1980, e più in proporzione di ogni altro paese europeo. A questi si aggiungono i «flexitarier», che non sapevo cosa fossero, informa la Süddeutsche Zeitung: sono quelli che non mangiano carne almeno tre giorni alla settimana, il 52% degli interrogati dalla Forsa (l’istituto di ricerche statistiche tedesco, ndr). Carnivori peccatori veniali.Diventano sempre di più e sono sempre più motivati: a gennaio, durante la Grüne Woche, la grande fiera dell’agricoltura, in 25 mila hanno manifestato davanti alla Cancelleria protestando contro i carnivori. La maggioranza dei vegetariani sostiene di aver rinunciato alle bistecche non per motivi di salute, ma per amore degli animali, allevati e uccisi in modo crudele per finire sulla nostra tavola.Genitori interdetti scrivono ai giornali per chiedere consiglio: il figlio è tornato dall’asilo o dalla scuola elementare e da un giorno all’altro rifiuta di mangiare carne. È stato convertito da qualche compagno di banco o di giochi al Kindergarten. I vegetariani cercano in tutti i modi, accusa qualcuno, di conquistare nuovi adepti, suscitando magari complessi di colpa nei più piccoli: cosa rispondere al figlioletto che si mette a piangere davanti a una Boulette, che sarebbe una polpetta, e sostiene di non voler mangiare «il cadavere di un essere vivente assassinato»?Molte scuole sono state costrette a offrire alla mensa menù vegetariani alternativi, come fanno da tempo le grandi aziende. Il 40% delle pietanze proposto nelle mense è ormai vegetariano. A Berlino i ristoranti senza carne dieci anni fa erano due, oggi sono 11. Il latte di soia e il tofu si trovavano solo in negozi specializzati, ora stanno negli scaffali di ogni supermarket.«La nostra immagine è cambiata positivamente», dichiara Elisabeth Burrier, della federazione vegetariana. Chi rinuncia alla carne vive più a lungo, è meno esposto a malattie vascolari, e non soffre di disturbi a causa della sua alimentazione. E oltretutto contribuisce a salvare l’ambiente: per un chilo di carne servono otto chili di fieno, e la coltivazione produce anidride carbonica.I tedeschi, per mia esperienza, sono monomaniaci. Fino a qualche anno fa non sapevano neanche cosa fosse l’aceto balsamico e consideravano l’olio di oliva una specialità esotica. Ora in nessuna casa manca l’aceto di Modena (sia pure comprato a 2 euro al litro), e appena scoprono che sei italiano ti tengono una conferenza su quale olio sia il migliore. Oggi, non è raro che sia un carnivoro la sera a cena con gli amici a doversi giustificare: «Non ti senti in colpa per i poveri polli?». Però molti vegetariani di mia conoscenza non rinunciano alle cinture di cuoio e alle scarpette e borsette firmate. Sono i vegani i supervegetariani: non consumano nessun prodotto di provenienza animale, nemmeno il burro e il miele. E loro sì devono prendere pillole di vitamine per non ammalarsi. Il consumo della carne tuttavia non diminuisce. I carnivori ne divorano sempre di più, in media 61 chili a testa, che fa 1,2 chili a settimana, l’85% dei tedeschi confessa di gustare cotolette, bistecche e polpettoni più volte alla settimana, e qualcuno perfino due volte al giorno. Qualcuno mente, oppure i vegetariani sono meno inflessibili di Adolf. © Riproduzione riservata

ItaliaOggi – 3 marzo 2013

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