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Maternità più «agile» per 300mila autonome. Il nuovo Statuto cancella l’obbligo di astensione dal lavoro durante i cinque mesi di congedo

Nessun obbligo di stop dal lavoro per l’arrivo di un bebè. Tra le novità previste dal Jobs act degli autonomi – il disegno di legge varato dall’Esecutivo giovedì scorso che sarà ora incardinato nell’iter parlamentare -, il pacchetto per incentivare la maternità prevede che per collaboratrici e partite Iva iscritte alla gestione separata dell’Inps l’indennità monetaria riconosciuta per 5 mesi possa essere ricevuta senza interrompere per forza la carriera.

Si allinea così questa categoria di lavoratrici – che per la maternità seguono le stesse regole delle dipendenti – a quella delle libere professioniste aderenti alle casse private, per le quali la possibilità di lavorare durante la maternità è riconosciuta dalla legge (lo prevede espressamente il decreto legislativo 151 del 2001).

Una misura che dovrebbe contrastare la maggiore discontinuità di carriera delle partite Iva e collaboratrici dopo la nascita di un figlio:?come sottolinea uno studio di Italia Lavoro, l’agenzia tecnica del ministero del Welfare, le co.co.co a due anni di distanza dalla nascita in appena il 49,2% dei casi mantengono lo stesso lavoro e l’8,2% lo cambia, mentre il 19,5% lo ha perso e addirittura il 23,1% lo ha lasciato.

Ben diversa la situazione delle lavoratrici pubbliche (il 13,7% lascia il posto dopo la nascita di un figlio) e di quelle a tempo indeterminato (16,5% di abbandoni).

Le nuove regole potrebbero interessare una platea potenziale di circa 300mila donne, considerando le professioniste e le collaboratrici con meno di 45 anni iscritte in via esclusiva alla gestione separata Inps.

Nel 2014 la maggior parte delle beneficiarie dell’indennità di maternità aveva un’età tra i 30 e i 39 anni (74% delle richieste), seguite dalle madri fino a 29 anni (14%) e le over 40 (11,4%). A incidere sul calo annuo delle domande ha pesato di più quello delle under 30 (-25%) che secondo l’Inps «è probabilmente dovuto alle difficoltà riscontrate nel mercato del lavoro».

«Con il Jobs act degli autonomi – commenta Paola Profeta, docente di scienza delle finanze all’Università Bocconi ed esperta di economia di genere – ci allineiamo per la maternità al resto d’Europa dove l’obbligo di astensione per l’intero periodo del congedo è previsto solo in pochi paesi, mentre nella maggioranza dei casi lo stop non è obbligatorio, oppure lo è solo in parte. Ora sarebbe utile introdurre una norma simmetrica anche per i padri, per non alimentare l’aspettativa che per le donne l’astensione sia superflua, ed evitare il rischio che chi vi ricorre possa essere penalizzato».

Tra le altre novità previste dallo «Statuto» sul fronte del welfare c’è anche l’estensione del congedo parentale riconosciuto ai genitori fino a sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino.

In più, è previsto che la gravidanza – come la malattia e l’infortunio – non comporta l’estinzione del rapporto svolto in maniera continuativa, ma solo la sospensione (senza compenso) fino a un massimo di 150 giorni. Un principio contrattuale «che vale per tutti gli autonomi» precisa Maurizio Del Conte, consigliere giuridico del Governo ed estensore del disegno di legge, che dovrebbe riguardare anche i professionisti iscritti alle casse, per i quali la possibilità di lavorare durante la maternità è già riconosciuta dalla legge.

Per questi ultimi – considerando tutte le casse dei professionisti aderenti all’Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati) – si riscontra che le indennità di maternità rappresentano la voce più consistente sul totale delle prestazioni erogate. Nel 2014 sono stati spesi 98 milioni di euro su un totale di 495, con un trend positivo nel 2014 (+0,8%) rispetto al 2013 e anche su un orizzonte di più lunga durata (+30% sul 2007) legato, secondo l’Adepp all’aumento delle iscritte di ciascun ente.

Il Sole 24 Ore – 1 febbraio 2016 

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