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Maya e Zara, due «terapeute» a quattro zampe in ospedale a San Bonifacio. Cestaro: «Il benessere dei cani si ripercuote sui pazienti»

Paola Dalli Cani. Una piccoletta e bruna, l’altra alta e bionda: sono Maya e Zara, due delle «terapeute» scodinzolanti in servizio all’Unità operativa di Oncologia all’ospedale Fracastoro di San Bonifacio. Cani in ospedale? Certo che sì, ma quelli residenti al Centro Pet Therapy dell’Ulss 9 a Marzana, se sono seguiti dal Servizio veterinario della stessa Ulss, se entrano, si muovono ed escono dall’ospedale seguendo percorsi riservati e se, soprattutto, «lavorano» in Oncologia (e anche in Pediatria). Grazie a loro il Fracastoro è la prima e unica struttura sanitaria veronese ad aver aperto le porte ai quattrozampe finendo per essere promossa sul campo, dagli stessi pazienti, con una informale certificazione di «Pet friendly hospital».

SONO PROPRIO le persone che la vita ha condotto oltre la porta dell’Oncologia a raccontare che cosa significhi, per chi lì dentro trascorre molte ore a settimana, poter accarezzare, giocare o anche solo semplicemente guardare un cane: «Danno forza, fanno passare il tempo più velocemente ed è tempo divertente in un clima di totale serenità», racconta Cinzia. Sta attendendo che la chiamino per l’infusione di chemioterapia, accanto a sua sorella Ornella che la accompagna: accarezza Zara, labrador di quattro anni, le gratta la pancia quando il cane si sdraia per terra chiedendo proprio quelle attenzioni. «Senza di loro l’alternativa è guardarsi negli occhi tra pazienti e raccontare ognuno le proprie rogne. Bambini e animali», dice Cinzia, «portano gioia e liberano la mente. Fosse per me, io il cane lo vorrei a fianco della poltrona, in sala di infusione». Il vissuto, lo slancio e il desiderio di Cinzia è comune a molti pazienti, «capita spesso che ci siano persone che chiedono espressamente di fare l’infusione il giorno in cui ci sono i cani», conferma Marta Mandara, responsabile dell’Unità operativa di Oncologia al Fracastoro. E racconta: «Quando siamo partiti con questa esperienza, quattro anni fa, avevamo piazzato i tappetini per i cani e le loro ciotole in un angolo per non imporre la loro presenza. Sono stati i pazienti a chiedere subito di spostare cucce e ciotole davanti alla sala terapie per poterli vedere».

C’È ORNELLA in sala d’attesa, ma anche un signore che accompagna la madre: lui lo dice chiaramente che la presenza dei cani la tollera ma ci sta lontano. Non è l’unico, e infatti quando il reparto prende in carico un paziente fa firmare il consenso informato anche sull’attivazione della pet therapy: questo serve agli operatori a calendarizzare le terapie sui quattro giorni in cui i cani non ci sono. «All’avvio del servizio abbiamo proposto ai pazienti ma anche gli operatori dei questionari: i contrari ai cani in reparto erano lo 0% e due pazienti che avevano paura dei cani, grazie alla loro presenza qui, l’hanno superata», dice Mandara. Il questionario (costruito e poi elaborato con rigore statistico) è stato lo strumento scientifico con cui testare la pet therapy in Oncologia: «Quando il servizio è stato attivato, si è partiti da dati di letteratura che correlano una riduzione dello stress, dell’ansia, dell’irritabilità e della rabbia contro la malattia alla presenza dei cani. Non solo, la pet therpy sembra aumentare l’efficacia della terapia perché queste condizioni psicofisiche accrescono l’ossigenazione del sangue. I questionari hanno confermato una importante diminuzione di ansia, depressione e rabbia tra i pazienti e dello stress per gli operatori».

BASTA STARCI, in reparto, per rendersi conto che al loro arrivo, per quella mezzora, Zara e Maya sono capaci di tenere la malattia mori dalla porta. Un effetto immediato, che per l’Oncologia è una storia lunga quattro anni, che ha convinto ad attivare da quest’anno la pet therapy anche in Pediatria. È stato così anche mercoledì, l’ultimo giorno di «lavoro» per Maya e Zara (che come l’altra coppia di quattrozampe impegnati nella pet therapy col caldo andranno in vacanza per tornare in servizio a settembre): prima la mezzora in Oncologia, poi la mezzora in Pediatria. Lo sapevano, i pazienti, che era l’ultima volta ed è proprio (e solo) al congedo che i sorrisi di chi prima giocava e definiva «una botta di vita» Maya e Zara, e al loro arrivo era esploso in un «finalmente i cani!» pieno di entusiasmo, sono diventati una smorfia piena di nostalgia.

«Il benessere dei cani si ripercuote sui pazienti»

Il direttore del Servizio veterinario «I benessere dei cani si ripercuote sui pazienti» Parola d’ordine, comunicazione: «Non è un caso se la pet therapy è partita come strategia per l’intervento sull’autismo. Spesso gli animali sono l’unica chiave di ingresso all’universo di molti pazienti e l’unica possibilità di poter poi innestare altri tipi di terapia». Lo spiega Fabrizio Cestaro, direttore del Servizio veterinario dell’Ulss 9, quando definisce i cani (ma venticinque anni fa per primi furono i cavalli dell’ippoterapia al Cerris) dei «co-adiutori terapeutici, dei mediatori di comunicazione» sempre e comunque assieme ai loro conduttori. Responsabile del Centro pet therapy di Marzana è Matteo Favaretto, che ha accompagnato Zara e Maya al loro ultimo giorno di lavoro assieme a Maddalena Sartori. «Ogni progetto, ogni intervento è incentrato sul paziente, ed è frutto della triade composta da medico, educatore e veterinario oltre, naturalmente, al cane. Maya è piccola. Zara grande: «Si fa sempre cosi, perché c’è chi accoglie meglio un cane piccolo e chi uno più grande: sono comunque cani che cercano il contatto ma sono capaci anche di tirarsi indietro se qualcuno si ritrae. Al di là della taglia due aspetti sono fondamentali ed imprescindibili», spiega Cestaro. «e cioè tenere il cane nella maggiore situazione di benessere possibile perché possa dare il massimo (ed il massimo effetto di benessere possibile) e il controllo veterinario stretto soprattutto alla luce del fatto che uno degli effetti della chemioterapia è l’abbassamento delle difese immunitarie». Cani sanissimi, dunque, che entrano, circolano ed escono dall’ospedale seguendo percorsi ad hoc ma anche procedure rigorose che offrono precise garanzie sanitarie. «Oggi abbiamo otto cani residenziali che sono seguiti da conduttori, cioè personale dell’Ulss formato ad hoc che lavora sull’autismo o la neuropsichiatria infantile, tanto per fare un esempio. Parliamo», sottolinea ancora Cestaro, «di terapie assistite con gli animali, di interventi terapeutici con gli animali che vengono messi in campo a partire da un progetto sul paziente, l’intervento, la valutazione dell’efficacia». «I I nostro compito», conclude il veterinario, «è fornire strumenti idonei e all’altezza del compito mettendo a frutto le capacità tipiche del cane, i suoi specifici “radar” e la sua funzione distraente e socializzante».

L’Arena – 11 giugno 2017

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