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Mazzacurati e le accuse agli uomini Pdl «Chiedevano sempre, pagati in tanti». E tira in ballo Ghedini, Matteoli, Martinat

Una girandola di finanziamenti illeciti, in «mezzo bianco» (cioè da parte delle singole società per fare da schermo al Consorzio) o del tutto in nero. Milioni su milioni, a destra e a sinistra. Ma non bastava. «Ingegnere, le sono mai giunte o state riferite da Chisso stesso o da Baita delle lamentele sulla quantità di somme che lei elargiva?», chiede il pm Stefano Ancilotto all’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati nell’interrogatorio del 31 luglio 2013, tre settimane dopo l’arresto.

«Un po’ di lamentele sono anche arrivate», risponde laconico Mazzacurati. «Chisso… sperava di avere di più», continua. Ma l’ingegnere tira in ballo anche Niccolò Ghedini, l’avvocato storico di Silvio Berlusconi e ora anche di Giancarlo Galan nell’indagine su Mose, Mantovani e Consorzio, ma anche senatore di Forza Italia e coordinatore regionale. «Erano venute delle lamentele attraverso Ghedini, una roba molto antipatica, una persona non particolarmente simpatica – dice – ha detto che soldi noi non ne tiravamo fuori… per cui ci fu una discussione… Dicevano che davamo pochi soldi a loro». Cioè al Pdl. «Replicai che purtroppo quelli erano i soldi che avevo». Lamentele riferite, attraverso Galan, anche all’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita. «Hanno detto che noi eravamo troppo tirchi», continua Mazzacurati, che colloca questa discussione «due anni fa, due anni e mezzo fa», dunque nel 2011. «A me l’ha detto Galan e poi l’ha detto anche a Baita e con Baita abbiamo parlato insieme per vedere come fare».

I cinque interrogatori di Mazzacurati e il suo memoriale offrono uno spaccato complessivo della vicenda. Soprattutto quest’ultimo, consegnato nel giorno del suo primo confronto con i pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, il 25 luglio, è lucido e dettagliato (anche se in parte reticente) rispetto ai verbali a volte un po’ confusi dell’84enne ingegnere. Già nel memoriale, infatti, ci sono molte delle accuse che saranno poi sviluppate. Nel capitolo sul «rapporto con il sistema politico nazionale» si parte dal senatore Ugo Martinat, esponente di An, viceministro alle Infrastrutture nel governo Berlusconi dal 2001 al 2006, a cui Mazzacurati dice di aver dato un milione di euro: 400 mila più due finanzimenti elettorali da 300 mila ciascuno. Già nel memoriale veniva poi trattata la vicenda di Marco Milanese, consigliere dell’ex ministro Giulio Tremonti, e della mazzetta da mezzo milione da lui condivisa con Roberto Meneguzzo, ad di Palladio Finanziaria, quindi il contatto con il generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e con l’ex ministro Altero Matteoli. «Per le campagne elettorali del 2010 e del 2013 gli ho versato dei denari, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana», scrive Mazzacurati, prima di confessare i pagamenti all’ex presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva (ma non ancora Patrizio Cuccioletta). E parlava anche dei soldi al sindaco di Venezia Giorgio Orsoni («400-500 mila euro in diverse tranche») e al consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese («400-500 mila euro ripartite nel 2005, nel 2010 e nel 2013»), oltre a citare finanziamenti ormai lontani (ed eventualmente prescritti) all’attuale assessore di Orsoni, l’udc Ugo Bergamo.

Un nome manca, e i magistrati se ne accorgono, anche perché in mano hanno centinaia di intercettazioni telefoniche: quello di Gianni Letta, l’ex sottosegretario di Berlusconi. «Io quando ho un problema la prima persona che vado è Letta», dice Mazzacurati, pur negando di averlo mai pagato, salvo un piccolo piacere per l’ex ministro Pietro Lunardi, cui venne dato un incarico per «compensare» una sentenza pesante della Corte dei Conti. E un «piacere» fu anche quello di tirare in campo Erasmo Cinque, sodale di Matteoli e titolare della Socostramo, che diventa socio fisso di Mantovani in tanti lavori. «Persona un po’ discutibile – dice Mazzacurati – praticamente non ha impresa». Eppure partecipa a ricchi lavori, da ultimo anche quello dell’Expo di Milano. «Baita l’ha preso con fortissimo ribasso, il lotto che ha preso con Cinque è strategico – racconta Mazzacurati a verbale il 29 luglio – Il rapporto con Cinque è importante per Baita». Tanto che la Socostramo — motivo per cui è stata aperta una procedura al tribunale dei ministri a Venezia — sarebbe stata anche imposta per le bonifiche di Marghera, pur non facendo nulla. «I lavori, pur essendo affidati a entrambe le società, venivano eseguiti quasi esclusivamente dalla Mantovani – dice l’ex direttore finanziario Nicolò Buson, sentito dai pm l’11 luglio scorso – mentre i proventi venivano divisi al 50 per cento. Il tutto con enorme guadagno di Erasmo Cinque e costi a carico dell’Ati». Mazzacurati non lo cita, ma è Baita a parlare anche di un contributo a Renato Brunetta, l’ex ministro che sfidò Orsoni nella campagna elettorale del 2010. «Il Consorzio – spiega Baita in un interrogatorio – sosteneva Orsoni. Brunetta era molto risentito. Credo abbiamo accontentato anche lui, in misura minore, come Adria Infrastrutture, saranno stati 50mila euro». «Regolarmente contabilizzati», precisa Brunetta.

A chiudere il quadro sono le dichiarazioni rese da Roberto Pravatà, dal 1987 al 2008 vice di Mazzacurati, che parla di altri politici e funzionari legati al Consorzio. Torna il nome di Gianni Letta, con un ruolo importante nella definizione delle procedure di infrazione aperte dall’Ue contro il Mose e «tramite attraverso il presidnete Berlusconi nei confronti del ministro Tremonti». Ma spunta anche il nipote Enrico Letta, ex premier, che avrebbe ricevuto un finaziamento illecito di 150 mila euro a metà anni Duemila. Infine Andrea Monorchio, grand commis dello Stato e ragioniere generale, che in cambio della certezza dei finanziamenti avrebbbe avuto «alcuni viaggi in Scozia e Romania, sul Danubio, a spese del Consorzio».

Alberto Zorzi – Corriere del Veneto – 11 giugno 2014 

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